20/09/2002 di Jack Nessuno

A distanza di cinque anni dall’ultimo “Infrantumi” ritornano gli Starfuckers con un nuovo album dal titolo emblematico: “Infinitive sessions”. I cambiamenti sono molteplici. La nuova etichetta discografica, la statunitense DBK Works, segna il definitivo spostamento dei loro orizzonti verso il pubblico americano, culturalmente più preparato a cogliere le loro evoluzioni. La formazione si riduce all’osso (chitarra, batteria ed elettronica), eliminando la voce e cimentandosi nel recupero di sonorità blues, rock e funk con un approccio più convenzionale che allontana il gruppo dalle elucubrazioni avanguardistiche su cui aveva incentrato il proprio passato più prossimo.

Il disco racchiude tre lunghe jam che potrebbero durare anche all’infinito se solo esistesse un supporto fisico in grado di raccoglierne la registrazione. Gli Starfuckers non hanno mai fatto mistero della loro ammirazione per Miles Davis e i primi tre brani (“Blues off”, “Drive on”, “Off blues”) tributano omaggio al maestro ricalcando il cerimoniale di “On the Corner”. Nominalmente sono tre pezzi distinti, ma in realtà costituiscono un’unica session divisa poi arbitrariamente in sede di editing. Lo stesso ‘trucco’ viene ripetuto con gli ultimi due brani (“Funked x”, “Vamped x”) con l’unica differenza che le infinte variazioni del wah-wah chitarristico in questo caso ricordano più il funk di James Brown che il jazz-rock degli anni ‘70. “Eternal soundcheck”, il cui titolo è ispirato da un commento di Lydia Lunch a un loro concerto, è il brano che si riallaccia ai percorsi recenti, configurandosi come una lunga suite nella quale i suoni e i rumori perdono ogni rapporto armonico prestandosi per un volo che condensa l’eterea spiritualità della musica cosmica con i cerebrali scatti dell’elettronica contemporanea.

Il riallineamento alla tradizione è quindi solo apparente. Se è vero infatti che “Infinitive sessions” pesca a piene mani nel calderone della musica nera (blues, funk, jazz), gli Starfuckers si pongono nei confronti di questo materiale con il consueto anelito sperimentale. Con questo spirito di rinnovamento che rifiuta ogni sorta di compromesso potrebbero addirittura proporsi per un ipotetico premio sulla migliore elaborazione jazzistica del terzo millennio.

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