03/06/2013

Compone colonne sonore da destinare ai cortometraggi del sodale Stefano Nicoli, studia il pianoforte classico cercando di carpirne ogni segreto, insegna scienze alle scuole superiori, si chiede per quale motivo nel suo curriculum compaia un passato con una band di reggae. La vita di Stefano Nottoli è intensa e piena di idee, per non farsi mancare niente è bastata l’ennesima illuminazione: scrivere e cantare canzoni, ovviamente affidandosi ai ritagli di tempo. Riferimento non casuale a un titolo che dice tutto o quasi sulle dinamiche che hanno portato il cantautore toscano a dedicarsi a se stesso, a proporre un progetto tutto suo. Finalmente, verrebbe da dire.

Ed eccolo qui il mondo di Stefano Nottoli, tradotto in dodici episodi tra i cui solchi trovi il tango, gli zingari, la musica da giostra, l’amore per il jazz, i violini, le fisarmoniche, addirittura il banjo. Non una versione sfigata di Vinicio Capossela o cialtronesca del primo Tom Waits ma un efficace affresco di cantautorato legato alla tradizione acustica, con licenza di produrre caciara. Nottoli, al di là di alcuni testi ricercati con la tendenza a farci riflettere (tipo “Ti sei mai chiesto”) prova anche a divertirsi e a divertire: grazie ai luoghi comuni evocati dalla Ville Lumière (“Paris”), alla storiaccia raccontata in “Una notte ordinaria”, nei ritmi sghembi di “L’uomo che correva seduto”, negli inattesi vortici beat di “Nevrosi”. E sin qui tutto bene. Meno quando si lascia il campo a qualche tentativo di spostare il raggio d’azione verso un cantautorato più convenzionale (si parla soprattutto di “Splendida”, anche se quel contrabbasso buttato lì nel finale non è poi così male…), e poi c’è da dire che non sempre tutto funziona dalle parti della voce e della sua impostazione. Fa nulla, quello di Stefano Nottoli rimane un nome da tenere d’occhio, se poi alla prossima puntata si potrà lavorare su qualche ritaglio di tempo in più, ben venga.

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