02/10/2002

Qualche anno fa mai e poi mai avrei immaginato che ricevere il CD di Christian Bugatti mi avrebbe messo in tale subbuglio e invece eccomi qui al termine di una vera full immersion dentro a "Dal Lo Fai al Ci sei", il disco "major" di Bugo.

Fughiamo subito ogni dubbio: il mainstream non ha ucciso nessuno e sembra aver prodotto danni minori di quanto si pensasse.

L'aria da improvvisazione post sbronza. Quel modo sgraziato di fare il verso a Battisti senza ricordarsi gli accordi. Quel suo mettere in fila parole nella quali ognuno possa leggerci quel che gli pare, lasciando trapelare tutta la personalità di un cantastorie che prende in giro le proprie tragedie quotidiane.

Bugo ha conservato la propria identità, scegliendo di dare libero sfogo al pessimismo, ma sempre con l'entusiasmo di un ragazzino che si chiude nella propria cameretta a simulare stage diving sul letto, senza avere lo slancio necessario per arrivare fino al materasso.

Il menestrello ubriaco di Sentimento Westernato, quello che decomponeva il rock in strampalate ballate folk, lascia il posto ad un un cantautore quasi monocromatico che ruba più di un dettaglio al lato sporco e "perdente" che fu di Beck.

Un album ruvido e tendenzialmente omogeneo nel suo costruire impianti elettrici che concedono più di una citazione anche alle storture di Lou Barlow.

Rispetto al passato, manca forse un pizzico di eclettismo e quel gusto "amatoriale" nel comporre e, pur regalandoci alcuni colpi da fuoriclasse, si avverte la mancanza di quei numeri da giocoliere gia ammirati ne "La Prima Gratta" così come la semplicità dei tre accordi sbagliati di "Sentimento Westernato".

Al di la` delle solite follie sparse qua e la, dove tutto è concesso, stavolta Bugo domina il suo lo-fi senza commettere errori, dimostrando di aver acquisito un'inevitabile maturità artistica, ma lasciandoci orfani delle sue 'stecche', dei suoi ritmi sbagliati e in parte anche del suo canto spaesato, ora più aggressivo e sicuro.

Undici tracce piuttosto intense, ma non sempre accompagnate dal quell'ispirazione aliena e alienata che garantiva coninuità ai precedenti dischi, rischiando di perdersi nell'eccessiva ricerca del "personaggio".

Le idee barcollano su linee meno melodiche del solito, con un fare delirante e in bilico tra uno scontroso spirito garage e bislacche nevrosi da "college".

Il rock'n'roll rumoroso di Portacenere, la stranita ballata a-la-Bugo di La mia fiamma, l'ormai storico garage rap di Pasta al burro, il delirio malato di Milano Tranquillità, il pop'n'roll di Casalingo e l'inaspettata apertura acustica di Nero Arcobaleno. Alti e bassi per un disco molto lontano dall'essere il "solito" capolavoro di Bugo, ma non date retta a chi farà sproloqui sulla Universal e sul mainstream. Bugo è ancora li, con la stessa aria trasandata, il sigaro sempre a portata di mano e una abbondante quantità di Montenegro in corpo... Nessun rischio di diventare la parodia di se stesso, semplicemente stavolta non tutto gli è venuto bene.

Ma è sempre Bugo... e alla fine può andar bene anche così.

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