14/10/2002 di Carolina Capria

Il Bob Fleming di Nick Honrby si sarebbe chiesto se questo disco ha disegnato l’espressione meditabonda che ho sul volto o se invece l’inclinazione alla riflessione precedentemente sviluppatasi, mi abbia spinto a riprenderlo…Non so come sia andata ma posso dire che il primo ascolto non era stato entusiasmante, colpa forse, dei miei umori, mentre oggi, a distanza di qualche giorno, la musica riesce a modellarsi meglio su di me.

Sono solo tre canzoni, poche per crearmi un’opinione compiuta ma sufficienti perché la mia fantasia cominci il suo lavorio.

Ascoltando l’ultimo pezzo della triade, “Mia blue anima”, nonché loro primo esperimento, mi rincorre un’immagine: una stanzetta claustrofobicamente fumosa dalla quale proviene una musica leggera e impalpabile (se non fosse improprio, visto l’argomento, direi “Rassicurante”) sussurrata come fosse un segreto per pochi, che richiama sonorità Blues e che si adatta ad uno stato di compiaciuta malinconia…
Gli altri due brani, più classicamente pop, sono un po’ ruffiani e perdono in parte il tratto caratteristico del precedente, ma hanno struttura e arrangiamenti personali; i ragazzi inoltre sono capaci di creare delle atmosfere affascinanti, quindi è facile credere occorra solo direzionare meglio la mira ed evidenziare le naturali attitudini.

La voce del cantante “per caso” (mi riferisco a quello che ho letto sulla loro storia!) a tratti è ancora esitante ma il limite, che l’esperienza può permettere di superare, è compensato dal fatto che in altri brandelli sonori arriva invece tagliente e pulita.

L’unico consiglio che mi sento di dare è di usare un tono meno lezioso nei testi, cantare d’amore non è semplice, si rischia di alzare il tasso glicemico di chi ascolta, per farlo occorre una maggiore ricerca.

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