13/02/2013

Quello che probabilmente non riuscirò mai a capire da musicisti come The Huge è relativo alla necessità incontrollata di scrivere canzoni e pubblicarle praticamente in tempo reale. Andando infatti a scorrere la discografia di Gianluca Plomitallo salta subito all'occhio la mole di titoli che costituiscono - ad oggi - l'opera omnia di questo artista capuano. Il quale, purtroppo per noi, sembra infischiarsene altamente dei consigli e continua a scrivere e pubblicare imperterrito.

"Songs for the people" rappresenta - ma di certo ne avrò perso qualcuno nel conteggio - il 6° album in 6 anni (!), un ruolino di marcia che neppure la major più avida pretende dai migliori bestseller. E come i predecessori mostra gli stessi pregi e difetti, ovvero - per citare testualmente il collega Stefano 'Acty' Rocco in una recensione del 2011 - "lampi di classe accecante alternati a scivoloni da pianobarista". In compenso, rispetto a "The colossus killed the giant", di cui scrissi in prima persona l'anno prima, sembra aver trovato il senso della misura, evitando quantomeno la formula del disco doppio, che avrebbe solo appesantito l'ascolto. Lo stile continua ad essere, nella gran parte dei casi, riconducibile a George Michael, a causa di un cantato fin troppo assimilabile a quel modello - e che ormai ci tocca considerare come vera e propria cifra tipica del Nostro.

Assodato ciò, rimangono da analizzare le canzoni... ed è davvero compito difficilissimo. Perché è inspiegabile come si possa anche solo pensare di inserire in scaletta un tris di canzoni del livello di "The night wind" (sorta di esperimento in provetta dove George Michael, convertito al metal, incontra Julio Iglesias!), "Go go round" (una copia sbiadita di Mika) e "Blessed the day". In pratica 3 tracce che - dopo il promettente inizio di "I found nothing but stars" - comprometterebbero la buona volontà di qualsiasi a&r dotato del miglior entusiasmo. Ma la mission ci impone di continuare e, come volevasi dimostrare, con "You ain't nobody" si cambia registro: Gianluca si inventa un fantastico arrangiamento a metà tra il trip-hop e la poetica degli Starsailor, ribaltando completamente quanto di più cattivo avevamo pensato finora. Anche l'ascolto di "Twisted elegance" (stavolta più acid-jazz scurissimo che trip-hop) ci fa ben sperare, così come la conclusiva "Words were soon lost", dove sembra di ascoltare Thom Yorke nella versione più emozionante che si possa immaginare (ovvero quando la forma canzone tiene a bada il lato più sperimentale). I restanti brani non li menzioniamo neppure, siccome non aggiungono davvero nulla al repertorio dell'artista.

Il giudizio, quindi, è sostanzialmente negativo, perché è davvero poca roba in relazione alle aspettative. Avesse fatto un ep, probabilmente ora saremmo qui a incensarlo. Invece è venuta fuori un'insalata russa che provoca quasi indigestione. Peccato.

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