Sea Dweller Signs of a perfect disaster 2013 - Shoegaze

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Come nel 91: una vita trascorsa a inseguire chimere e a seminare rimpianti. Un ottimo disco shoegaze

L'eco deflagrante del 1991 è giunto a me qualche anno dopo, nel '96. Avevo quindici anni ed ero in fase di mutazione, da bambino kinder - biondo, occhi azzurri e tutta quella storia lì - a una sorta di mucchio d'ossa segaligno e legnoso, tipo un grottesco Pinocchio dal percorso evolutivo inverso. Guance scavate come se avessi la bocca sottovuoto, brufoli piccoli e sparuti ma ben visibili ai radar femminili, look da discepolo dell'astinenza sessuale: logico che poi un adolescente si arrabbi e decida di abbracciare i frutti più intransigenti di quella rivoluzione musicale partita nel '91. Così nella mia vita è venuto il grunge. E lo shoegaze.

Difficile dire se i Sea Dweller abbiano vissuto in diretta la maturazione espressiva del dream pop o se ne abbiano raccolto le gesta in un secondo momento. Quel che è certo è che il loro suono nasce e muore negli anni Novanta alla voce Slowdive. Perfino la copertina di questo "Signs Of A Perfect Disaster" richiama vagamente quella di "Just For A Day" per i colori sfumati, per il soggetto sfocato, per la grafica sobria. Un trentenne può morirne, di nostalgia. Loro invece ne traggono linfa per sette brani che hanno un'identità inequivocabilmente derivativa. Ma attenzione: si tratta pur sempre di denominazione di origine controllata. Vuol dire che, nelle mani giuste, certi ingredienti doc permettono di tirare fuori un disco notevole. Come questo.

"Flashes" ha una strofa dimessa, quasi da minimo sindacale, e un ritornello nobile, bello, malinconico. In quel basso portante ci senti tutta una vita trascorsa a inseguire chimere e a seminare rimpianti. "I Sea A See From Here" ha un crescendo strumentale da braccia in aria e pogo in attesa, con un riff di raccordo tra le linee vocali che sembra sottolineare l’inquietudine di una generazione. In mezzo a tante melodie struggenti come un ricordo che fa ancora male, i Sea Dweller si concedono anche il lusso della routine: "Free Fall" sembra una canzone messa in mano a dei Radio Dept. un po' svogliati - ottimo mestiere ma poco trasporto.

Che questi musicisti riescano a confermarsi in futuro è una domanda alla quale oggi non ha senso rispondere. Che siano bravi, invece, è fuori di dubbio. C'è tutto il tempo per dimostrare agli altri - e soprattutto a se stessi - di non essere artisticamente prescindibili. Per adesso ci sono grandi promesse. Molte delle quali mantenute.

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La recensione Signs of a perfect disaster di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2013-01-28 00:00:00

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