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RECENSIONE
18/02/2013

Ad esser sinceri, ero quasi sicura che fosse molto difficile che i Dumbo Gets Mad riuscissero a fare centro per la seconda volta. Chiamiamola fortuna del principiante, ma la sensazione che “Quantum Leap” sarebbe stato in qualche modo deludente in confronto allo scintillio fluttuante del suo predecessore mi ha accompagnato fino a quando non ho premuto play. Ovviamente, mi sbagliavo.

Quantum Leap racchiude già nel suo titolo una perfetta doppia interpretazione del disco: da una parte un impressionante salto quantico (e di qualità) della band, approdata di colpo ad un suono più corposo, sexy e maturo. Dall'altra, il riferimento ad una teoria cosmica che prevede una svolta nelle sorti del pianeta terra e dei suoi abitanti, verso un nuovo risveglio spirituale e percettivo (sì, ho dovuto leggere un sacco di forum inquietanti per capire di cosa si trattasse).

Il nuovo lavoro del duo più attraente della musica italiana è proprio così: psichedelico fino all'osso e super trippy, un vortice caleidoscopico di lumicini e colori in cui si fondono il sesso e il gioco, che insieme al groove sono le tre colonne portanti delle tredici canzoni. Linee di basso grasse e funky risvegliano chitarre indisciplinate e riverberi telefonici, la samba fa spazio a mille tamburi di braccia tatuate e in men che non si dica sei già preso bene fino alla punta dei capelli. È un distillato di endorfine e puoi capirlo dall'inizio: la traccia apripista “Before Kiddos Bath” mescola spunti di tropicalia alla lounge erotica e balneare di Piero Umiliani (memorabile nel suo “Relax” del '75), la successiva “Indian Food“ sprigiona un certo torpore da salsedine e occhi socchiusi, assieme a dei synth che paiono lanciare coriandoli ad ogni nota (e che battono un bel cinque alto agli Stereolab); “American Day” si lascia andare a una deriva melodica che ricorda “Il cielo in una stanza”, in una sorta di tributo saponato a Gino Paoli che arriva in superficie emergendo in un gorgoglio di microkorg e arpe galattiche. Si potrebbe continuare ancora per molto a raccontare i mille riflessi di questo cristallo di disco, di come si agiti selvaggio come un Ariel Pink con i capelli tinti di fresco, di come abbracci suoni esotici che ricordano i 70's indianeggianti dei Cornershop, del rap destrutturato di “Tahiti Hungry Jungle” che ruba i versi ad Azealia Banks, di “Bam Bam” che potrebbe essere la migliore hit italo disco di Raffaella Carrà, di come il mastering affidato a Kelly Hibbert (Flying Lotus, JDilla, Madlib) sia stata una scelta più che saggia. Non ce n'è bisogno. Correte a comprarlo.

Tracklist

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