Danso Key Golpe 2013 - Rock, Noise, Indie

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Un disco intricato, da scoprire man mano. Le migliori trame noise rock tutte insieme.

Una treccia è una struttura complessa. Per fare una treccia servono almeno tre fili. E questi tre fili che danno vita alle Danso Key si sono intrecciati più volte negli ultimi anni. La treccia è stata fatta maturare, ha affrontato le intemperie, le esperienze ed il vissuto dei singoli fili. I fili dai primi intrecci sono cresciuti, hanno acquisito nuove sensibilità, hanno sperimentato e arricchito il proprio modo di raccontare anche rivolgendosi all’esterno. Ma all’interno di questo progetto non sono più solo sono tre fili, sono una treccia, seppur in evoluzione: la trama e la tensione lirica dà forza alla struttura.

C’è il filo viola-scuro, Elisa Nancy Natali. Chitarra e voce in questo progetto ed in molti altri nella sua vita, vibra nelle tracce di questo disco con la sua esigenza di raccontare. Lo stilo in una mano ora ha deciso di piantarselo nelle vene dell’altro braccio, scavare a cercar inchiostro, suggere veloce il sangue scuro per poi far eruttare dalla sua bocca la pars costruens e destruens di sé, sospesa sopra la vertigine. E da un angolo dove si è rintanata sotto i colpi incessanti delle domande a se stessa irradia verbosi versi, abile nel modulare e nell’incastrarsi nelle metriche scomposte, la chitarra a creare con minimi accenni anse in cui insinuarsi. Nella treccia le parole, in inglese e francese, si nascondono e si disvelano, espongono brandelli di un vissuto interiore lacerato dalla precarietà, che sia essa di un lavoro, dell’amore, di un amore, del tempo, della bellezza.

C’è il filo verde, verde intenso come un prato infinito, Elisa Abela, ai fusti. Non è marrone, non è la terra con la sua solidità, l’associazione su cui adagiarsi. Qui troviamo un prato morbido su cui appoggiar parole e costruire armonie e progressioni ardite. Al livello base soggiace una scelta di un drumming molto concreto, quasi primordiale, poco avvezzo a fil e ad abbellimenti fini a se stessi, puntando piuttosto sul tocco, giostrando tra istinto ed sensibilità quasi jazzistica. Abituata alle sfumature del sax, della chitarra con cui accompagna in tour Joe Lally (Fugazi) nel suo percorso solista, alle sperimentazioni anche nel campo delle arti, la ricerca sui fondamentali e di una via alla maggior fisicità nella relazione dello strumento nasconde nelle pieghe il fanciullino e le sue interperanze. C’è infine il filo nero, Stella Veloce, che col suo violoncello si avviluppa intorno a tutta la struttura, così stretta da sostenere la colonna vertebrale in ogni passo che possa sembrar incerto, puntellando la ritmica, curando la progressione armonica, ma anche così leggera e libera da permettersi di accarezzare il brano prendendone le distanze su strade parallele. Una sensibilità artistica sviluppata in esperienze internazionali, sviluppata vagando senza pregiudizi in vari ambiti musicali. Ed allora il violoncello si trasforma in un caleidoscopio ruotato da mano tenera e sapiente che sa mescere dissonanze, coccolare distorsioni al limite del fuzz, stringere dolcissime melodie, far piovere acidi interventi sul limite del rumorismo, far correre le dita a cercar angoli nascosti in tutta l’estensione che lo strumento consente, caratterizzando l’arrangiamento nella libertà pur contenendo gli eccessi con tenere briglie.

La treccia ora esce allo scoperto e si tende verso le nostre orecchie, per punzecchiarle ed accarezzare. E nella treccia i riferimenti non sono più paletti, ma sensazioni, anche fugaci che attraversano lo scorrere del pensiero durante l’ascolto. E questi possono spaziare dai Morphine (di cui coverizzano “You look like rain”) ai Codeine, da k.d.lang a Ani Di Franco , dai The-Ex agli ultimi lavori dei June of 44, passando dallo swing jazz e con sfumate visite al noise, ma non solo.

Questo è un disco che cresce con l’ascolto ma che prima va distrutto proprio con l’ascolto, arrivando a sottrarre ed annientare tutti quegli elementi che inizialmente sembrano straniare e sviare l’attenzione. Da qui ripartire per ricostruire, ricollocare uno ad uno quelle piccole schegge che avevamo accantonate capendone posizione e significato, riuscendo finalmente a vivere dentro la canzone. Ci vuole pazienza, ma il retrogusto nel palato poi non se ne va facilmente.

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La recensione Golpe di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2013-06-19 00:00:00

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