16/10/2013

Tic tac. Che ore sono? Ora di dormire (“Purple Evening Sky”). Tic tac. Che ore sono? L’una. Tic tac. Che ore sono? Le due (“Visions At 2 A.M.”) Tic tac. Che ore sono? Le tre. Tic tac. Che ore sono? Le quattro. Tic tac. Che ore sono? Le cinque. Tic tac. Che ore sono? Le sei. Tic tac. Che ore sono? E’ chiaro (“Brighter?”), è mattino (“Morning Saves”), ed anche questa nottata è andata.

Andata in un crescendo rossiniano di pensieri, di paure di fobie che nel buio accendono luci dentro, in continuo (“Chinese Tourture”). Andata in un crescendo di autoreferenzialità del concetto d’insonnia, fino a quando questa si fa persona (“Lady Insomnia”) e materia sonora, nei gorghi delle modulazioni dei synth, nei piccoli glitch notturni. Un concept sull’insonnia in cui ogni singolo tassello è stato pensato, studiato e posizionato con ferma lucidità e i cui bordi sono stati incisi con chirurgica precisione. Ed i tasselli sono molti, dai piani elettrici, alle due voci (maschile e femminile), ai richiami alla stagione della morr music ed affini, ai singoli frammenti vocali, alle chitarre, alle percussioni, alle infinite variazioni. Ma questo, ricordiamolo, nell’idea di chi lo ha generato, è un concept pensato per esser ascoltato fino alla fine, come i singoli secondi di una notte che sembra non passare. E se l’obiettivo di rappresentazione è raggiunto, forse per la tipologia di ascolto frammentato cui siamo abituati, o forse proprio per l’essenza della stessa posizione programmatica iniziale, l’esperienza si rivela quantomeno straniante. Tutti i dettagli di cui sopra si mischiano in un vortice riuscendo difficilmente a spiccare se non nel momento puntuale dell’ascolto. Le parti di collegamento strumentali e la prolissità del raccontare versano incessanti scrosci d’acqua sulla tempera decisa del vibrato delle voci, di alcune melodie e degli arrangiamenti più curati, rendendo il ricordo delle pennellate confuso e incerto, pur con il retrogusto di qualcosa di interessante che non riesci a fissare nella mente.

Se però si ha l’ardire di contravvenire alle regole, basta saltare qualche traccia per ottenere un insieme di canzoni ben prodotte, caldi plaid, magari con fantasie non all’ultima moda, ma in cui avvolgersi nelle notti in cui non si riesce a dormire, per lasciarsi cullare un po’. Questo non rispetterà la volontà dell’autore ma di certo rientra nel campo della libertà di fruizione dell’ascoltatore. Ma questo, forse, è un altro discorso.

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La recensione the room - Recensione - Insomniac di Starfooker è apparsa su Rockit.it il 23/08/2019

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