24/12/2002

Primo dischetto che recensisco fra tutti quelli ricevuti a Faenza in quel del M.E.I., questo “Quieto vivere” dei VillaStalder è ciò che noi solitamente chiamiamo una bella sorpresa.

Formazione genovese attiva dal 1979 - con molteplici cambi di nome e qualche sostituzione nella line up - i VillaStalder propongono una genuina rock/wave incorniciabile in quel filone post anni ‘80 capitanato dai C.S.I. di Giovanni Lindo Ferretti e Gianni Maroccolo. È infatti a quelle atmosfere - a volte epiche, a volte più cupe - che il quartetto si rifà, mescolando insieme citazioni spesso palesi a intuizioni prettamente ‘personali’. Il cantato e le metriche, infatti, ricordano in certe occasioni quel Ferretti di cui sopra sfiorando quasi il plagio (seppur gli orizzonti della voce di Ovcinnicoff siano più ampi anche se meno personali), così come il basso e la chitarra rimarcano la discendenza consorziale della band, ma nonostante ciò i quattro riescono a portare i loro brani ad un livello differente, grazie ad arrangiamenti che prediligono la psichedelia e la progressione rispetto alla tradizionale forma canzone.

È rock italiano, sia chiaro, seppur dilatato e non prettamente convenzionale. Dimostrazione ne siano canzoni come la bellissima “Fuga” - ballata minimale ornata dalla presenza della magnifica emozionante voce di Paolo Benvegnù degli Scisma - o la conclusiva, onirica “Giorni oscuri”. E, ancora, come non ricordarsi i Litfiba di “Desaparecido” nella bellissima, strumentale “Britannia”?

Questi sono i VillaStalder: arpeggi di chitarra accompagnati dall’aria disegnata dalle tastiere o viceversa, basso waveggiante e una certa tendenza alla progressione e all’apertura delle canzoni, il tutto assemblato con personalità e buon senso dell’ispirazione.

Nell’attesa, dunque, che scompaiano del tutto le palesi vicinanze con Ferretti e amici, avvicinatevi a questo “Quieto vivere” dei VillaStalder: certo chi fra voi ha amato o ancora ama il rock italiano di pregevole fattura non potrà che apprezzare questa bella sorpresa.

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