The Doormen Black Clouds 2013 - New-Wave, Indie, Britpop

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Freschezza britpop insieme alla malinconia della new wave cupa. Cura maniacale nei dettagli e bella voce. Un gruppone.

Lo ammetto, sono colpevole. Sono stata cattivella. La prima volta che ho ascoltato i The Doormen ho pensato cose non propriamente carine. Il mio primo pensiero è stato: ecco, l'ennesimo gruppo che dopo un abuso dell'ascolto diAntics, degli Interpol, decide di infilarsi una maglia a righe e mettere su un gruppo indie, donandoci la milionesima rivisitazione sterile di tutti gli archetipi del classico indie-rock fine novanta inizio duemila (Editors, Maximo Park, Interpol). Avevo percepito The Doormen come un esercizio di stile ben eseguito ma distaccato, privo di urgenza ed emotività. L'ho detto che sono stata cattiva, ma adesso, io chiedo venia:Black Clouds ha decisamente spazzato via ogni malanimo.

Questo disco non porta con sé delusioni o passi falsi ed è svincolato da qualsiasi posa indie plastificata e forzata, ha tutto quello che serve per farsi ascoltare e riascoltare: passione, sensibilità, chiarezza di idee e ovviamente belle canzoni. Un disco più adulto. C'è la giusta dose di freschezza britpop, c'è la malinconia di quella new wave cupa, filo condutture di tutto il progetto, ci sono i piccoli riverberi post punk, indispensabili per dare la giusta ruvidezza, e c'è quel rock più genuino britannico dei 90, nell'insieme ogni traccia risulta intensa e palpitante, merito anche della voce calda e intensa di Vincenzo Baruzzi, un timbro vocale che effettivamente ricorda un po' quello di Paul Banks.

My Wrong World non poteva non essere il primo singolo: pura energia, un diluvio di chitarre elettriche piene e deliranti, batteria decisa e martellante, il tutto supportato da un ritornello spietato. Un perfetto singolo indie, di quelli che oltremanica vengono sfornati da grupponi come Editors o The National. Infatti, ogni pezzo è curato in modo quasi ossessivo, si sente, c'è un'attenzione per l'estetica non indifferente, ma in questo caso va benissimo così, perché non da fastidio, non sembra innaturale e funziona benissimo. La più affascinante tuttavia è “I'm In The Sunset”, forse la più dark, una tensione profonda che si ingrossa piano piano fino a trasformarsi in dolce-aggressione, grazie al ritornello magnetico che ti riporta alla luce con la giusta veemenza.

Il gruppo ravennate è riuscito a creare un disco multiforme e solido, partendo da linguaggi non certo nuovi, riuscendo ad emergere dalla fitta schiera dei gruppi new-indie. In definitiva, un disco da accogliere, spalancando porte finestre.

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La recensione Black Clouds di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2013-05-01 00:00:00

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