22/05/2013

A volte svegliarsi presto produce effetti inaspettati: non sento la stanchezza, ma una sorta di tempo dilatato che non è il solito, un’ora che diventa aperta campagna, crepuscolo infinito, quella luce che non sanno riprodurre neppure nei film. E mentre qualcuno o molti ancora dormono, e mi piace questo, mentre dormono e le finestre sbadigliano lentamente, si diffonde “I Feared The Fury of My Wind”, una poesia di William Blake splendidamente recitata in morbidi sussurri di un profondo interminabile, le chitarre essenziali, le mille immagini in grado di evocare, tanto di lontanissime estati pronte a scoppiare quanto d’autunno statico, prevedibile solo nel rapido mutare delle foglie, in quei toni che rendono tutto dipinto, anche i ricordi.

Una volta finita la metto daccapo per tre volte, temendo che il resto del disco non sia altrettanto in grado di spingermi tra malinconie rasserenanti, di trasformare lo spleen in qualche buona idea, ma non è così: “You Are My Sunshine” è il panorama sconfinato da vecchio west con armonica e totally country mood, “Seven Treasures” mi spacca dolcemente il cuore, “Bless Thee” e sento brividi salire lungo le braccia, un freddo intenso e le sue migliaia di sfumature, dal bianco acceso all’argento, al blu ghiaccio. La prospettiva è tutto: e nel mio alveare fitto di vite e presenze più o meno interessanti, o necessarie, le sei del mattino sono il punto più alto da cui guardare, e questo disco è esattamente la sensazione di quell’ora, l’ora che diventa poesia anche quando non accade nulla, quando accenni minimi sono sufficienti per disegnare sogni, spesso dimenticati, quando “Roses and Snow” ti abbraccia sulla sedia dura perché non vuoi affondare sul divano, vuoi essere attento, persino cortese con la musica che è porporina, che è oltre le nuvole, e meraviglia.

Già in Franklin Delano e Blake/e/e/e, Marcella Riccardi arriva al suo secondo album come BeMyDelay, ed è un album completamente diverso: abbandonando pieghe psichedeliche e tratteggi sperimentali a favore di scelte più lineari ed eteree, quasi che “Hazy Lights” fosse un percorso circolare di ballads minimali, ci ritroviamo nel racconto di un’alba, nei piccoli movimenti di un corpo che riprende coscienza, in una stanza che improvvisamente si riempie di luce, quella luce che, nonostante marchingegni ipertecnologici, non sanno riprodurre neppure nei film. Perché è tutta dentro i nostri occhi.

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La recensione BeMyDelay - Recensione - Hazy Lights di margherita g. di fiore è apparsa su Rockit.it il 16/07/2019

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