Polvere the Polvere’s Farewell 2013 - Sperimentale, Blues

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La colonna sonora di un qualcosa che non esiste, se non nella mente di chi ascolta. Dentro c’è musica, c’è suono. C’è materia. Occhi chiusi e pedalare.

Terzo album per Mattia Coletti e Xabier Iriondo; i Polvere. Che disco è “The Polvere’s farewell”? Sperimentale, blues, concreto, analogico… azzarderei quasi multimediale. Prima ancora di andare a leggersi le “note di copertina”, passato il primo ascolto la sensazione è di avere tra le mani un qualcosa in grado di trascendere il concetto di musica, intesa (tagliata grossa) come note che compongono pezzi che finiscono su un album. “The Polvere’s farewell” è, piuttosto, una raccolta d’immagini. Immagini sporche, granulose, sbiadite agli angoli, impresse su vecchi nastri rovinati dal troppo uso. Immagini che il tempo ha fuso l’una con l’altra, creando nuove figure, nuovi paesaggi da raccontare sotto forma di suoni. Il secondo e il terzo ascolto confermano poi la sensazione. Come si affronta un disco di questo genere? Con la mente aperta. Molto semplicemente. Cercando magari di lasciarsi prendere dal montaggio analogico, giusto per vedere dove si può arrivare. Perché negli undici pezzi in scaletta, sono tante le suggestioni in grado di suscitare un’emozione, far scaturire un’immagine, creare una sensazione o uno stato d’animo (di pace come di pura angoscia). Ho deciso di dire due parole su ogni pezzo, perché credo se lo meritino. Prendetevi un attimo per leggere; questo è ciò che ho visto io.

“Ice, string and skin” è un’introduzione pura e semplice; un blues sciamanico di poco più di tre minuti, molto materico, quasi western. La porta d’ingresso che si spalanca su un mondo fatto di echi, ombre, luci e qualche fantasma. “- - -” regala quindi un primo assaggio di quali saranno i personaggi che andremo ad incontrare durante il viaggio. Qui si fanno i conti con il suono in pura libertà, concentrato in una grattata industrial di cinquanta secondi. Tutto l’opposto di “Blubbles”, psichedelia delicata in punta d’arpeggio, musica d’ambiente dalle sembianze folk, che si diffonde nell’aria giocando con il pulviscolo in controluce. Qui la melodia prende forma da un nulla solo apparente; nasce dal buio, dal caos, anelando immediatamente la luce. Luce che “Butt in a cave” spegne quasi immediatamente con un altro blues di nuovo accennato in meno di due minuti, quasi fosse un drone minimal leggermente distorto. La polvere che diventa sabbia del deserto. Deserto. Oriente. Esotismo. L’India. “From India to Scalatheatre”, il bel canto che si scontra con suoni dell’altro mondo. Un ottimo esperimento di contrasto agrodolce. Ecco, quando parlavo di frammenti video sovrapposti, mi riferivo a momenti come questo. Due immagini diametralmente opposte che, unite, generano una terza completamente nuova. Poi. “The dusk folk song”, sette minuti (!) psycho folk con inserti sintetici. Texture sovrapposte. “Little girl in chains”: qui i minuti sono solo due ma di grande impatto. Di nuovo atmosfere western, ma lontane dal raccontare il mondo libero e ampio della frontiera. Qui si respira ansia, e pure a fatica. “The clergyman and the water” riporta tutto alla luce del sole. Gli animi fin qui compressi si sfogano in un arpeggio, nel rumore di acqua e di legno. Bello lo speech tratto dal celebre discorso di Martin Luther King (gli speech sono sempre belli, se dosati bene). Un sogno, perso in un mare di angoscia. “Fire at the beach”. Di nuovo un respiro. L’arpeggio sembra disegnare i contorni di una ballad, la batteria è solamente accennata mentre i passi sulla ghiaia descrivono una storia. La storia di un uomo che cammina e si perde nei pensieri che si sciolgono nella risacca. Bei sogni e brutti sogni. “The turkish prisoner chant”: connessioni eteree che creano legami sintetici. Un ralenti al limite dell’ultra slow motion che consente di scoprire nuovi dettagli, nuove forme, visive e sonore. E infine “The Polvere’s farewell”. L’epilogo di un cammino che prelude l’addio. Malinconia nell’arpeggio, malinconia nel sentire l’orchestra che si accorda, ma non lo sta facendo per noi; si sta preparando per una nuova storia. Banjo fondamentale perché questo sia un arrivederci piuttosto che un vero addio.

“The Polvere’s farewell” è la colonna sonora di un qualcosa che non esiste, se non nella mente di chi ascolta. Dentro c’è musica, c’è suono. C’è materia. Ci sono davvero tante cose. Occhi chiusi e pedalare.

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La recensione the Polvere’s Farewell di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2013-07-30 00:00:00

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