08/07/2013

Come aprire un barattolo di chillwave aromatica e dalle mille sfumature nel gusto, sapida e nutriente, e stare lì col cucchiaio ad affondare morsi nell’impasto elettronico calibrato e avvolgente mentre guardi fuori, mentre osservi il tipo che lavora da giorni col martello pneumatico proprio sotto casa, mentre tutto va talmente veloce da rimanere fermi. Ecco, dico questo e già il reprise da industrial surreale di “1love” mi stende con sorpresa, certi sound mi proiettano in videogames inverosimili, e ogni traguardo sintetico è già raggiunto, e “Kara” mi inchioda quasi fosse un muro di effetti che appare all’improvviso su una strada vuota, ma un muro caramellato, etereo, farcito di loop e campionamenti so sweety. La giostra psichedelica inizia a girare lentamente mentre i colori si dilatano quasi fossero gelato che si scioglie, è “16 Mins”, è un lunapark di cambi di tempo e d’umore, perché io ci salgo su e ogni minuto ha un panorama diverso, e giro e giro e mi immergo in una sorta di trance giocosa, e chi se l’aspetta “A-S-I-C-S-2”? Tanto glo-fi, minimale e punteggiata, macchie elettroniche su fondo nero e una sensazione di abbandono ma senza dolore, una specie di addio che non lascia tracce, un viaggio nello spazio dove oltre ai suoni ovattati pare di sentir meno anche il dispiacere.

Mi piace “Iris” perché è leggera, è un soffio luccicante, è il brivido da electronightfall, e mi piacciono “Halfway” e “Barter” perché comincio a ballare davvero, a ballare in videogames iperrealistici, a cercare una strada ché tra tutte queste luci non vedo niente se non le mie scarpe, e invece trovo una suite da 25 minuti che si chiama “A Voice for Today is Ok”, ed è spiazzante, vi assicuro: sembra come se dal nulla di un’infinita ouverture si palesassero microscopiche gocce di suono, come se una biglia iniziasse a rimbalzare sul pavimento, ancora e ancora, ma davvero a lungo e comunque non riesco a distogliere l’attenzione, aspetto che accada qualcosa, ma se togliamo infinitesime epifanie di voci e qualche pulsante schiacciato a tratti, per almeno dieci minuti non accade niente se non lo scorrere del tempo, e se ci rifletto su mi sembra un bel pensiero: il tempo passa nell’attesa che una canzone esploda. Arriva un colpo, si muta direzione, poi torna la biglia, poi di nuovo un colpo: ambient, illusioni ipnagogiche, tanti punti di vista per una sola immagine, o forse il contrario.

Torno a ballare con “Old Rookie”, incrocio pop onirico con “Vainglory”, schivo con destrezza le schegge impazzite di “Votives” per affondare definitivamente nella sua reale consistenza che è panna degna della più luminosa scia di questa ossessiva milky way e la adoro; sento addosso la spossatezza accompagnata da indicibile soddisfazione di chi scala una montagna a mani nude, non è facile affrontare “Unfinished”, è un percorso lungo, complesso, straniante, e manca ancora la mezz’ora finale di “A-S-I-C-S”. Non scrivo nulla per tutto il tempo in cui la ascolto, mi siedo, mi concentro, mangio una pesca: la verità è che o decidi di buttarti in questo disco, di affondare il cucchiaio e divorarlo, oppure, se pensi di skippare, fare altro, mettere in pausa e poi tornare, ecco, qualcosa si perde, il risultato non è lo stesso, è come tuffarsi cercando di tenere i capelli asciutti. Non puoi. Non farlo. Trova il momento e lasciati andare in questo variegato, sognante e imprevedibile barattolo pieno di savoir faire elettronico.

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La recensione Death In Plains - Recensione - Unfinished di margherita g. di fiore è apparsa su Rockit.it il 20/07/2019

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