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RECENSIONE
05/02/2003

Non è mai piacevole stroncare un progetto in cui qualcuno ha, immaginiamo, investito tempo, soldi e passione. Certo è che a volte risulta essere quanto meno doveroso, vuoi per coscienza, obbiettività o (ebbene si!) gusti personali.

Prendete un nome che più brutto non si può (dettaglio trascurabile, è vero, ma pur sempre parte del tutto), un sound che definire ‘superato’ è poco, l’apporto, del tutto superfluo, di un’elettronica da Commodore 64 (nell’accezione peggiore che ciò può significare), tastiere talmente debitrici degli anni ’80 da risultare stucchevoli e (come tralasciarlo?) un cantante che vuole a tutti i costi assomigliare a Francesco Renga, riuscendo solo a rasentare il grottesco. Il tutto condensato in una registrazione scarsissima e dominato da un mood fiacco ed inconsistente (suvvia gente, persino un quattro piste può dare risultati migliori!).

Non è nostra intenzione, poi, girare il coltello nella piaga, ma se l’attacco di “Miele” ricorda spudoratamente “Sweet dreams” nella versione di Marylin Manson (o meglio di una sua fiacca cover band), né tanomeno si capisce il senso di una cover come “El pueblo unido”, che suona, qui, completamente svuotata della naturale energia sovversiva che la contraddistingue.

Non c’è nulla da fare, il promo dei Perlamadre suona male dall’inizio e mai, in ventidue minuti, riesce a risalire la china. Opinione che può risultare sbagliata ed isolata (visti i risultati ottenuti su Vitaminic), ma assolutamente onesta e franca. Liberi di accettarla oppure no, nessuno nega che il gruppo possa essere in grado di rimboccarsi le maniche e ripartire, ma, al momento, i risultati sono ben lungi dall’essere apprezzabili.

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