18/02/2003 di Alberto Muffato

Per recensire quest’album mi piace iniziare dalla descrizione dell’oggetto-ciddì: in copertina un viso digrignato si disegna nel buio, mentre sul retro trovo immagini suburbane a tinte autunnali, velate da una luce crepuscolare: una panchina proietta ombre a liste sull’erba rinsecchita, tre antenne si alzano contro il cielo.

Mi sembra che queste immagini diano un’idea della tonalità affettiva ‘autunnale’ delle undici tracce (dodici considerando quella fantasma) di “A mali estremi, estremi palliativi” degli Joule; album molto coeso, sia dal punto di vista tematico che da quello sonoro. Mi spingerei quasi a dire che si tratta di un concept-album, non ci trovassimo in ambiti che con il prog non hanno proprio nulla a che fare.

Gli Joule, infatti, sono un quintetto rock piemontese e questa è la loro quarta autoproduzione. Il tentativo dichiarato della formazione è di avvicinare sonorità ‘alternative’ alla forma canzone italiana; va detto subito che i risultati ottenuti sono piuttosto interessanti, soprattutto grazie all’abbinamento d’influenze apparentemente difficili da tenere assieme.

Su un impasto sonoro molto compatto di chitarre grunge, gli Joule riescono a fare emergere spesso l’incedere sbarazzino di sonorità che ricordano i Pavement (penso all’attacco solare di “Sono così bello quando sorrido”), mentre nei testi e nel cantato s’innesta un ‘parlar cantando’ ispirato a Samuele Bersani (“Per crescere”). È interessante - vista la pletora noise di questi tempi - che in quest’album non vi sia traccia dei soliti abusati autocompiacimenti rumoristici - pur essendo dichiarata l’influenza dei Sonic Youth - né attitudine alla decostruzione della forma-canzone, alla deriva psichedelica e noise. Piuttosto troviamo un gusto raffinato per chitarre avvelenate di marca Alice In Chains (“E io niente”, “Come non detto”) e Stone Temple Pilots prima maniera (il chorus alla “Core” di “4 chili e 8 di capitano d’accademia”). Ma lo stile chitarristico è spesso capace di soluzioni non convenzionali, supportate da un’ottima sezione basso-batteria: il tutto amalgamato grazie ad uno spiccato gusto pop.

Su questo tappeto sonoro ben imbastito, i testi toccano spesso paradossi à la Afterhours (“A mali estremi, estremi palliativi”, “Mens Idiota in corpore idiota”). Fra i temi trattati troviamo la solitudine, la noia, l’incapacità di relazione (“E io niente”), la difficoltà ad uniformarsi ai valori borghesi e familiari (“Il piccolo Gaetano”, “4 chili e 8 di capitano d’accademia”, “Io non sono come voi”). Nei testi ho personalmente trovato qualche piccola caduta di stile, ma la capacità (cosciente o meno) di dare unità tematica all’album è davvero apprezzabile; la verve compositiva c’è tutta e le linee vocali sono molto accattivanti.

Fra gli episodi più piacevoli segnalerei sicuramente “L’altrove” - dove un ritornello terzinato memore del migliore Buckley di “Grace” si innesta su un ritmo pari in levare, quasi reggheggiante - e l’azzeccato episodio di chiusura “Io non sono come voi”, che risveglia fantasmi lisergico-beatlesiani.

Grande pregio dell’album è il fatto di non presentare, anche dopo più ascolti, cadute di stile - anzi esso acquista d’interesse e profondità proprio nell’insieme - forse però la lunghezza del cd e la scarsa varietà dell’impasto sonoro lasciano trapelare un leggero senso di ‘grigiume’ e monotonia. Ma il lavoro nel complesso è molto interessante e - cosa non trascurabile - pur non essendo innovativo riesce ad avere grazia ed originalità.

Commenti

    Aggiungi un commento:


    ACCEDI CON:
    facebook - oppure - fai login - oppure - registrati