06/01/2014

Un’eleganza formale che prende corpo grazie a una voce pulita e capace, strutture sonore che si inseguono disegnando tracce che mescolano pop, rock, squarci elettronici che sostengono senza invadere il campo, lampi progressive che rendono i brani scindibili in più parti, come composti da capitoli congiunti da attenzione e salde rifiniture di suono. Su un terreno piuttosto tradizionale e melodico, si incontrano visioni distinte e veloci attrazioni, ballate da baci rubati (“Nell’Incanto”), slanci di electric guitar che si sciolgono in passaggi di pianoforte dolce e caramellato (“Botola”, davvero molto bella), incipit sintetici per sperimentare vorticosi approcci electrorock (“Treno in Cmin”), l’affranta consapevolezza di “Madame” dove la limpida estensione del singer si mostra nel suo potente afflato. E si scivola rapidamente giù fino alla title track con facilità, e scivola al tempo stesso la musica che non ha ruvidità né dubbi in cui inciampare, che è materia liquida e fin troppo digeribile, e che concentra maggiori dosi di stupore proprio nella chiusura psichedelica che ha il sapore dei sogni e un che di surreale.

Album d’esordio per i Grammophone, con guizzi validissimi inseriti in un percorso che a volte cede alla via più semplice, e una vocalità che a me ricorda spesso Tiziano Ferro, per un risultato variegato e stilisticamente sostanzioso che possiede forza e calore, e gioca con le emozioni e dà l’impressione di voler piacere a tutti: del resto, non tutte le band aspirano alla nicchia. Loro, decisamente no.

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