19/02/2003 di Alberto Motta

“Ipercapnia in capannone K” è un album totale. Di quelli che la prima volta ti dà fastidio ascoltare perché ci sono troppe idee e troppo mai sentite. È un album che inizia (“Nove”) con una batteria reverse e termina (“L’aria frigge”) con un ostico ma tanto paraculo cambio di bpm (i Beatles un 35ennio fa avevano tracciato la strada in tal senso).

Il cantato, scarsamente melodico, si inchioda alla mente grazie a questa attitudine tipica dei R.U.N.I., all’artigianato futurista della parola: “…solo Elvis mi dà una mano il resto è cormorano…”, sempre che io abbia capito bene! Inutile dire che il titolo del cd è assolutamente esaustivo del mondo in questione.

Bello. Pochi strumenti a fiato messi al punto giusto, molto sotto al suono generale; belle tastiere e chitarre noise, sebbene io non abbia la certezza che si tratti di tastiere. Per quanto riguarda l’uso delle chitarre risulta originale, attitudine sonica ma senza scopiazzature di sorta. Nessun manierismo né cliché in genere. Persino la struttura dei brani segue una logica autonoma alla quale sottostare o perire. Rumori d’ambiente un po’ ovunque. Sax e trombe in primo piano su “imbocca il down tedesco”; violente e rock.

Le 12 tracce suonano ben sature, i suoni sono pastosi ma mai impastati; l’esecuzione quadrata del complesso è senz’altro d’aiuto. “Humus aus” suona un po’ riempi-cd, e forse su 12 tracce ci sembra la meno consistente - e poi non si capisce la scelta di una tastiera techno trance.

Avvertenze: Ipercapnia in capannone K è un album difficile, di quelli da ascoltare in cuffia, di quelli che non fanno finta di suonare come gli Afterhours.

E’ un album dei R.U.N.I.
E ha ragione Mirko Spino: è un album della madonna!

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