05/11/2013

E all’improvviso ciò che è bidimensionale acquista profondità, nascono le ombre, le voci fuori campo girano intorno alle cose, e in questo interminabile piano sequenza su territori sconfinati si notano i respiri, l’aria che si muove, il vento, le cose semplici che semplici, in fondo, non sono mai. Mentre ascolto Solotundra mi immagino in un letto in mezzo al nulla ma col sole, perché c’è il folk e c’è il dreamy, ci sono gli echi della tradizione americana, le passeggiate su foglie croccanti, il banjo, i fiati, il do it yourself: perché Solotundra è Andrea Anania, e fa tutto (quasi) da solo, e nonostante la registrazione casalinga il suono è pulito, fresco, morbido di un emozione che non ha evidente bisogno di tecnologie esasperanti per venire fuori.

“Treesong”parte minimale e tratteggiata con soffi acustici e giri di basso che non sono mai stati così accoglienti, poi gocce di tastiera e infine la canzone piena, strutturata in ogni sezione, e un senso di fiducia, una prospettiva sfuggita, la spalla dove appoggiarsi un poco; poi lo sciame di “Queen Bee” che incede e travolge, che sa di whisky e notte, custode di segreti indecenti e dall’attitudine blues, e assieme al ritmo inarrestabile di “Traces of You” sono come parentesi perché il resto è fiori, pensieri sottili, alt country e un sentirsi costantemente in viaggio. Un movimento leggero ma continuo, ecco è un po’ come avere una strada davanti a sé, sempre, e non vederne la fine e avere voglia di andare anche soltanto per sentire il rumore dei propri passi, avvertire l’aria che cambia, le ombre che si spostano, le voci che si rincorrono: la grande dote di questo disco è l’essere capace di disegnare atmosfere intime in spazi immensi, sospiri nei sorrisi, passato e presente, con una sorta di presa facile e immediata, senza ornamenti né avanguardismi ma con piccole cose. Che piccole, in fondo, non sono mai.

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La recensione Solotundra - Recensione - What We Did Last Winter di margherita g. di fiore è apparsa su Rockit.it il 22/07/2019

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