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RECENSIONE
07/02/2014

Immagina il finto produttore Fred R. Clutterbuck di Hollywood Party (in inglese semplicemente The Party) che, dopo il disastro lasciatogli da Hrundi Bakshi (Peter Sellers) durante la festa che dà il nome al film, voglia riprendersi un po' di dignità. Oppure – ché forse è più facile – immagina il Jackie Treehorn (Ben Gazzara) de Il grande Lebowski che dopo tutta la faccenda del famoso assalto al Drugo all'inizio del film, voglia concedersi un po' di riposo. Che farebbe? Un bel party a bordo piscina, è ovvio! Cocktail in mano, gradevoli signorine, la gentile brezza della sua villa di Malibu e la musica di Hobocombo. Sia Fred che Jackie hanno buoni gusti, infatti, e si contenderebbero questi giovanotti italiani che hanno il fiuto musicale dei fratelli Cohen quando scelsero la musica del 'Viking of 6th Avenue' per parte della colonna sonora della loro amata pellicola.

Il Viking in questione è il signor Moondog del titolo. Non vedente dai suoi sedici anni in seguito ad un incidente con la dinamite (!), coinquilino – per poco – del signor Philip Glass, inserito nel giro alternativo newyorchese degli anni '60 (suo un cameo nel film culto Chappaqua di Conrad Rooks dove appaiono anche Burroughs, Ginsberg, Ornette Coleman, Ravi Shankar), amato da musicisti diversissimi come (cito a caso) Steve Reich, Artur Rodziński, Motorpsycho, Kronos Quartet, Antony & The Johnsons, Kieran Hebden, l'ubiquo Damon Albarn (che ha ristampato la sua musica sulla sua Honest Jon's), Louis Thomas Hardin (Moondog) ha scritto una quantità impressionante di musica, considerato che scriveva per la maggior parte del suo tempo standosene per strada vestito da Vichingo con i suoi strumenti auto-costruiti (trimba, ooo-ya-tsu, hüs), recitando poesie e lasciandosi influenzare dai canti degli indiani d'America ascoltati da bimbo, dalla musica jazz (“Bird's Lament” è dedicata a Charlie Parker), dal suono della metropoli (la voce in mezzo al traffico che sentite a metà di “Stamping Ground” nella colonna sonora de Il grande Lebowksi è la sua), dalla musica extraeuropea (sentite il “Canon #18 (adagietto)” qui contenuto e ditemi se non vi ricorda le esperienze esatonali di Debussy) e naturalmente dalla musica classica (il “Canon #6 (vivace)” ha il sapore della scrittura per strumento a tastiera di Bach; del resto la madre di Hardin, se non ricordo male, era organista).

Gli Hobocombo (nomen omen) fanno una scelta coraggiosa accostandosi dunque ad una sorta di setta occulta di adoratori del verbo di Moondog e mettendo insieme in questo disco, con gusto e perizia indiscutibili, cinque composizioni del Vichingo, un brano di Robert Wyatt (“East Timor”) e cinque ottimi originali che spaziano dai sapori garage rock in salsa piccante di “Desert Boogaloo” agli esotismi bagnati di steel drum di “Baltic Dance”, dalla psichedelia di “Response” alla folklorica marcetta metà guerresca metà festiva di “The Old Serge and The Horse”, chiudendo con il bellissimo stomp di “Five Reasons”. Procuratevi questo album, meglio se in vinile (appena uscito in tiratura limitata per Linèria) anche per curiosare fra la miriade di strumenti musicali suonati da questi tre giovanotti italiani e godervi la grafica che loro stessi hanno creato per l'uscita. Appena possibile, dal vivo.

Commenti (1)
  • effepunto 07/02/2014 ore 14:35

    bravissimi. una gioia dal vivo.

    > rispondi a @effepunto
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