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RECENSIONE
03/03/2013

“Ora accendiamo un fuoco e restiamo un poco seduti qua”.

“Sestri Levante” è l’ultima canzone del disco. È una canzone da spiaggia, nel senso che racconta di un falò in riva al mare dopo un concerto: i tre Zen Circus e il loro pubblico a bere e fumare. Una canzone lenta, rilassata, un pezzo che vuole farti finire il disco con tranquillità, forse la stessa tranquilità che ha portato gli Zen a scrivere e registrare “Canzoni contro la natura”.

L’album arriva dopo un 2013 di pausa assoluta per la band. Meglio: di pausa assoluta per il marchio “Zen Circus”, ma di attività intensa per i tre componenti. Appino ha registrato il suo album solista “Il testamento” e ha girato in lungo e in largo per mesi, Karim ha creato il suo progetto La notte dei lunghi coltelli, Ufo si è inventato dj, con valigetta stracarica di vinili al seguito. Ognuno ha potuto sfogare le proprie voglie prima di tornare a registrare in trio. La conseguenza di tutto questo è semplice: un ritorno alla base, a quello che sanno fare meglio.

“Nati per subire” era il tentativo di aprire nuove strade, dilatando le canzoni con inserti strumentali e lavorando per aggiunta, ma l’ascolto di quell’album finiva per lasciare addosso solo un senso di incompiuto, dovuto a una grossa mancanza di compattezza. “Canzoni contro la natura” va esattamente nella direzione opposta: punta tutto sulla sottrazione, elimina il superfluo e torna alle radici.

“Canzoni contro la natura” è un disco in cui si sentono gli Zen Circus dal primo all’ultimo secondo: dagli slogan con tutto e il contrario di tutto urlati in “Viva” alla storia dell’anarchico “Dalì”, passando per il momento De André de “L’anarchico e il generale”, senza dimenticare due pezzi chiave come “Canzone contro la natura” e “Albero di tiglio”, racconto in prima persona di un dio rassegnato e moribondo.

Il disco si chiude nella rilassatezza di “Sestri Levante”, ma non preoccupatevi: il cinismo e la disillusione degli Zen ovviamente ci sono. Non si tratta però del gioco al massacro di “Nati per subire”, in cui nulla veniva risparmiato. “Canzoni contro la natura” è una raccolta di brani in cui non si concede nessuna attenuante all’essere umano, ma senza infierire, come se la band fosse arrivata alla conclusione che con debolezze, mancanze e sogni infranti tocchi ormai convivere. E se così deve essere, tanto vale cercare di farlo nel migliore dei modi.

Il circo urbano di “Postumia” è l’esempio più evidente. Il pezzo è uno dei più belli e rappresentativi della storia degli Zen, un brano che ne fa capire in pochi minuti la storia e lo stile. “Postumia” racconta figure e personaggi cui non si riesce a invidiare nulla, ma non c’è un giudizio. La forza degli Zen sta proprio qui: nel rifiutare con forza il ruolo del modello, dell’esempio, dell’educatore. No, loro cantano di gente che se ne frega di tutto e punta giusto a riuscire a scopare dopo una notte passata davanti o dietro a un bancone, ma lo fanno senza mai alzare il ditino accusatorio. In più di un’occasione parlano di come la generazione dei nostri nonni resterebbe delusa (se non schifata) di fronte a quello che è diventato il paese. Sarebbe facile riversare la colpa sui nipoti, su chi è giovane oggi, così mettersi a dare giudizi e condanne. Sarebbe facile, ma non sarebbero gli Zen Circus.

Per dirla in due parole, “Canzoni contro la natura” è il miglior disco degli Zen dal passaggio all’italiano, capace di unire la ruvidezza musicale dei primi album e la voglia di raccontare emersa negli ultimi anni. Un signor disco, che lascia intravedere live importanti. E sappiamo tutti quanto ci siano mancati gli Zen dal vivo nell’ultimo anno.

Commenti (5)
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  • Mr Egn 03/03/2014 ore 12:20

    davvero brutto

    > rispondi a @mregn21
  • Marco Biasio 03/03/2014 ore 16:30

    Ho preferito di gran lunga il qui tanto bistrattato Nati Per Subire, brillante strumentalmente e con dei gran bei testi. Mi pare invece che questo sia molto standard nelle musiche (con un brutto picco, negativo, in quello scimmiottamento deandreiano de L'anarchico e il generale) e abbia dei testi abbastanza prevedibili. Non mi è piaciuto. Salvo solo Dalì.

    > rispondi a @bisius
  • Cinema_Onirico 04/03/2014 ore 12:09

    Melodicamente "Andate Tutti Affanculo" e "Nati Per Subire" distruggono "Canzoni Contro La Natura", che sembra una raccolta di b-side per il poco che hanno da dire (Postumia può pulire le scarpe a una Vecchi Senza Esperienza o ad una Atto Secondo) e per i testi, molli e senza la verve che contraddistingueva la band dei passati dischi. Ci sono rime in L'Anarchico e il Generale e in Canzone Contro la Natura che sembrano davvero messe lì in fretta e furia perché non si trovavano soluzioni migliori. Altro che disco rilassato e tranquillo, la sensazione che mi dà è che abbiano voluto finirlo in fretta e furia senza neanche lavorarci tanto sopra.

    > rispondi a @Cinema_Onirico
  • Mr Egn 05/03/2014 ore 20:18

    Insomma un flop come molti degli ultimi dischi fatti uscire dai nomi di punta della "scena indie" italiana (Marta Sui Tubi, Brunori SAS, Nobraino, Teatro degli Orrori, Appino, One Dimensional Man) o delle nuove leve (Selton, TheGiornalisti, Criminal Jokers, L'orso, SadSide Project, Maria Antonietta).

    > rispondi a @mregn21
  • Mr Egn 05/03/2014 ore 20:20

    Aggiungendo Lo Stato Sociale, Cani, etc

    > rispondi a @mregn21
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