08/11/2013

Con i Ronin è come essere in un film, lunghissimo, perpetuo, quasi circolare, che comincia e finisce continuamente e vira fra i generi con gran facilità: un momento sei solo nel peggior locale del paese, l’altro ti lanci in corse sfrenate, balli e ti accadono cose mai viste, oppure nulla di tutto ciò, fai il tuo solito con aria mediocre e lo spettatore si concentra sul MacGuffin, la macchina da presa che insiste su una porta chiusa, su un ascensore sempre occupato, su una chiave lasciata sul letto e lì dimenticata. Quello che succede davvero è il proiettarsi altrove, è inventare personali sceneggiature e incidere versi sui brani strumentali, con un finale aperto e la gioia e la tristezza e gli umori incerti tenuti assieme dal desiderio di ascoltare.

È il 2007, è il club OCCII di Amsterdam, è il tour di “Lemming”, ed è un po’ come se tu fossi là, seduto tra le poche luci e col bicchiere in un angolo, i sorsi brevi per non morire e la notte tra le mani, segui il concerto immaginando chi non c’è, ma questo è già un sogno e allora ti appare accanto, un battito di ciglia, mai stato così semplice. Lo straordinario potere di questa musica che è come un incantesimo, una mistura dagli effetti molteplici e imprevedibili, è il suo fascino evocativo, l’abilità nel riprodurre fotogrammi nella mente di ognuno, fatti memorabili o mai accaduti, epici viaggi nel tempo, che sia proprio o altrui o di nessuno non conta.

Cosa vedi tu, quando parte la prima traccia? Le mie stesse distese di materia scura, il fallimento, la sconfitta appena dopo la scena madre? Un istante e sei sulla strada (“La Banda”) a correre come correvi anni fa, col mood di anni fa, con quella guida arrogante ma attraente che non hai mai avuto; poi incontri lei (“Portland”)ma non è tua, è solo un gioco di sguardi che non lascia altro che una più piena solitudine, col suo peso reale, la sua forma visibile, e scivoli allora nel perderti, inevitabilmente (“Danza degli Uomini”). Hai la tua occasione di riscatto, o vendetta, puoi segnare il punto della svolta (“L’Etiope”) ma torna lei e molli tutto, è tua per poco e ti lascerà ferite profonde da annaffiare con l’alcol più cattivo (“Canzone d’Amore Moldava”); e allora “Venga la Guerra”, gran finale, duelli, inseguimenti, trovate sensazionali e titoli di coda.

Brani della band sono stati utilizzati come colonna sonora in alcuni film, ora anche nel mio, certamente anche nel tuo: il disco è in free download, ed è sempre un gran piacere ascoltare i Ronin per abbandonare la stanza, quello che succede davvero, e proiettarsi altrove. Che bella parola, altrove.

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La recensione Ronin - Recensione - Live in Amsterdam di margherita g. di fiore è apparsa su Rockit.it il 21/07/2019

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