27/01/2014

Se per te fra Blur e Oasis vincevano i Kula Shaker, se fra John Lennon e Paul McCartney preferisci George Harrison, allora sarai contento del ritorno di questa band che parla italiano ma canta l'inglese degli anni sessanta. Quella lingua spaziosa, popolata di accenti orientali ed esplosioni di forme sinuose e flash di colori fantastici, fughe spirituali, viaggi sintetici, trip londinesi e danze californiane. Whining Drums vive i suoi sogni immerso nelle caleidoscopiche visioni di un mondo che fu, ma respira anche i suoni del mondo reale, per non imprigionarsi in un passato mitologico e mitizzato e non far apparire queste canzoni come brontolii nostalgici di giovani vecchi. E quindi tutto suona come un supergruppo intercontinentale e interepocale in cui si uniscono in un abbraccio circolare l'epicità del più classico e melodico brit-pop anni novanta e le contorsioni orientaleggianti dei sixties, le fughe sotto il sole del deserto e i pensieri sotto la pioggia di città, buone vibrazioni e incubi lisergici, spavalde chitarre zeppeliniane e introversi riverberi indie, un Syd Barrett post-punk e un Pete Doherty hippie, in una grande e sinestetica allucinazione in cui il tempo si muove in tutte le direzioni seguendo le onde della musica, i mondi non hanno confini e le menti si aprono e si connettono e assorbono e scambiano energia nel risuonare di voci e colori passati e presenti, vicini e lontani. Non è questo che significa Psichedelico? Anzi, non è questo che significa Musica?

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