26/03/2003

C’è un tormentoso fiume che scorre fra due sponde diametralmente opposte l’una dall’altra. Nella prima vi abitano i riottosi denigratori degli Yuppie Flu; la seconda, invece, è popolata dai loro ortodossi estimatori. Come un copione ben redatto avrebbe tranquillamente potuto immaginare, la nuova produzione della band anconetana - paracadutata sulla terra ancora una volta dall’interessante microcosmo Homesleep - ha fatto sì che la congiuntura internazionale si facesse ancora più grigia di quanto già non lo fosse (il che, potrete immaginare, risulta un bel problema). Nessuna mediazione fra bianco e nero, dunque, come se il grigio fosse un colore mai esistito.

Esiste però un fiume tormentoso che scorre in mezzo fra chi urla al capolavoro assoluto e chi invece denuncia la ciofeca più clamorosa dell’anno. È proprio nel suo letto, forse, che “Days before the day” trova il suo posto più giusto, slegato da qualsiasi preconcetto e da qualsiasi simpatia e/o antipatia genetiche.

Che i quattro anni passati da “Yuppie Flu at the zoo”, l’ultimo album completo, siano stati anni di gavetta ed esponenziale crescita - gli anni, tra l’altro, del bellissimo “The Boat EP”, degli split con Tarwater, Three Pieces e G.D.M., delle numerosi apparizioni in compilation e dei tanti concerti su e giù per l’Europa - lo può dimostrare con una certa determinazione questo “Days before the day”. A partire dalla bellissima “Drained by diamonds” - posta non a caso in apertura come manifesto di indie-pop-rock dalle soffici tinte elettroniche - l’album crea un percorso sonoro verso il quale è difficile rimanere indifferenti: gli Yuppie Flu abbandonano con naturalezza l’ombra dei Pavement e decidono di intraprendere percorsi musicali parzialmente mutati rispetto alla loro precedente inclinazione. Succede così che i soffusi colori folk/lo-fi si tingano di sfumature indie-troniche dipinte da synth, moog e mellotron, accompagnate dall’efficace intreccio di batterie elettroniche ed acustiche e dirette dal carillon naif della voce di Matteo Agostinelli. Il che, seppur sull’esempio di band come Notwist, Grandaddy e Hood, significa apertura di nuovi (in)contaminati orizzonti.

Non c’è rivoluzione e non c’è il capolavoro in “Days before the day”, ma ci sono sensazioni forti e tenui che nascono dall’incedere lento di “Dreamed frontier” (con Francesco alla voce); c’è l’accattivante divertimento di “Eyes of dazzling bright” e di “Food for the ants”; c’è la melanconica orchestralità indietronica di “Silverdeer” e la crepuscolare profondità dello struggente pianoforte di “Now and on”. Ci sono insomma dieci canzoni raffinate, eleganti e mai ammiccanti, canzoni che suonano ormai pienamente Yuppie Flu.

“Days before the day” sorride melanconicamente e trova la sua più naturale luce nell’alba e nel tramonto, e anche se non rivoluzionerà la stagione, neppure morrà con il suo passare: questo è semplicemente un bellissimo album che vive di vita propria, di una propria personalità cresciuta anche con gli ascolti, ma ormai divenuta pressoché autonoma.

Serve altro per dipingere un nuovo affascinante quadro di (indie) rock?

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