17/01/2014

Generi e generazioni.

Quasi tutte le generazioni hanno cercato di trasporre nella musica pop un sentimento. Quello che andava per la maggiore, o almeno che rappresentava di più il periodo in cui vivevano. Cercavano di creare un genere musicale. Faccio subito un esempio per non sembrare troppo stupido. La Psichedelia negli anni sessanta - in parte - ha provato a trasporre l'effetto delle droghe in musica; il Punk, un decennio dopo, la rabbia; il Dark l'oscurità (eravamo comunque nel bel mezzo della guerra fredda e se quelli prima cantavano: “no future!” Quelli dopo non potevano certo cantare “evviva!”, no?); lo shoegaze ha provato a immaginare il sogno o quella cosa che non capisco ma tanto va bene perché sto sognando e quindi in teoria non capisco bene quello che sta succedendo.

Se c'è una generazione che ha provato a cantare il “cuore”, beh, quella spetta sicuramente all'Emocore. Lo so cosa state pensando, non è così. Prima distinzione: non sto parlando dei quattro deficienti che fanno l'autostop nel film di Checco Zalone. Seconda distinzione: sto parlando di un genere musicale che finisce intorno alla fine degli anni novanta da una parte del mondo con i Fine before you came e inizia - opposto e contrario - dall'altra parte con i My Chemical Romance. Le emozioni sono sempre state degli emocorers. Meglio: l'inizio delle emozioni sono sempre state degli emocorers. Quel momento quando ancora non sappiamo veramente cosa stiamo provando ma stiamo provando qualcosa! Le emozioni che fatichiamo a capire. Quella cosa che ti senti dentro la prima volta che la tipa che ti piace ti guarda e tu non capisci niente e ti fai il viaggio tutto mentale di quando starete insieme e vi bacerete per la prima volta.

Tipo Charlie Brown e la Ragazzina dai capelli rossi. Charlie Brown era emo, sicuramente. Perché ci vedeva bene altrimenti avrebbe avuto anche la montatura spaccata e legata insieme dal nastro adesivo. E non era soltanto una questione di “amore”. Era l'universo intero delle emozioni. Quelle che difficilmente trattieni e che spesso bruciano dentro ed escono forti come un riff fatto bene con la chitarra.

In Italia, nella prima metà degli anni novanta, tutto quello che usciva in America il giorno dopo suonava al Confino a Cesena o a Padova a casa di Giulio Repetto Green Records. Dalle mie parti gli Eversor prima, i Miles Apart dopo, insieme agli Sprinzi organizzavano concerti di gruppi che arrivavano da tutto il mondo: Promise Ring, Braid, Get up Kids, Van Pelt, Metroschifter. I Metroschifter suonarono con Stefano Tombari al basso. E tantissimi altri gruppi made in Italy. Ti capitava così di conoscere ragazzi che venivano dal Friuli, da Aosta, Torino, Roma, Bologna, Forlì, fino ad arrivare in Puglia: Lecce, Casarano, Grottaglie, Mola e Fasano, dove c'era il Maizza festival DIY, il più bello, dentro una masseria autogestita, con tanto di torre dove si vedeva il mare e dove ho visto la mia prima alba da solo, da ventenne. Probabilmente il festival più importante per la mia formazione. Ed è dalla Puglia che un giorno arrivò il disco dei Suburban Noise. Studiavano a Urbino e lì vedevi al Csa di Pesaro un sabato sì e uno pure. Venivano da uno dei posti più esotici d?Italia: il Salento. Tutto è buono quello che viene dal Salento: Il mare, l'olio d'oliva, il sole, il clima, Futura, CongoRock. Figuratevi L'emo!

Ok, siamo pronti, metti su il disco dei June and the Well è improvvisamente la Ragazzina con i capelli rossi ti sta guardando. Sta guardando solo te. La prima traccia è una epifania! Monta su come un uovo impazzito. Come farti capire che genere di emozione si prova ascoltando "Your Magical Mirror": É come se suonassero alla porta di una ragazzina di dodici anni i One Direction. È una emozione forte, impossibile da descrivere, diretta. Proprio come quando sei ragazzino, appunto e non capisci come si fanno le cose, ma vorresti farle tutte quante e tutte insieme. E il primo pezzo e già vale l'acquisto. Dura quasi 4 minuti e gli ci vogliono tutti e quattro. Attacca alla Jimmy Eat Word e non finisce finchè non arrivano i Samiam. Melodica e intensa e tutta cantata a due voci insieme a Lele Morosini (sì, ti ho riconosciuto senza leggerti tra i credits. Ti riconoscerei tra mille persone). Questo disco suonato quasi tutto interamente da Luigi Selleri, batterista dei Suburban Noise è il disco di una vita, della sua vita. Me ne avrà parlato non so quante volte. Mi diceva sono quasi arrivato alla fine, mancano soltanto le voci e tutte le volte gli dicevo c'è troppa roba non lo finirai mai. È infatti c'è tanta roba! Chitarre acustiche, distorte, pianoforti, non manca niente. Mi raccontava della frustazione del voler fare le cose e del poco tempo per farle - sì, perché il tempo di un trentenne non è più quello di una ragazzina di dodici anni – e della volontà di registrarlo nel suo Salento; dove è nata la passione per il punksenza cresta ma con la testa e l'autoproduzione. Il disco esce oggi grazie ad una etichetta giapponese e ne parla pure il cantante dei Sensefield sul suo Facebook. Ci sono due pezzi cantati in italiano e sono quelli che mi piacciono di meno ma dirlo è come cercare di parlare con qualcuno in chiesa mentre tutti cantano in coro: inutile. Tra ballate e chitarre distorte si arriva alla fine del disco con la voglia di comprare un furgone – get in the van! - e partire in tour o almeno chiedere a qualcuno se può farti una foto davanti mentre ci mettiamo in posa Eversor: retro interno copertina di "Friends".

Good grief!

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