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RECENSIONE
07/04/2003 di Luca Fusari

Ci dispiace davvero che sia arrivato da queste parti soltanto adesso, questo notevole album dei Colt 38; registrato nel 2000 - e dato alle stampe nel 2002 come allegato al numero 6 della rivista ‘Vincebus Eruptum’ - il disco in questione è un prodotto piuttosto atipico nel panorama musicale italiano. Prima di tutto perché non proprio di un gruppo ‘fatto e finito’ vi stiamo parlando: già altri hanno scomodato un paragone con le celeberrime “Desert sessions” per descrivere “A freak experiment…”, e per quel che ci riguarda siamo pienamente d’accordo con loro. Attorno a Claudio dei That’s All Folks e al trio degli Hogwash (Enrico, Roberto e Max), il primo autore dei brani e gli altri a vari livelli coordinatori del ‘progetto’, si è raccolta infatti una piccola folla di esponenti del mondo musicale italiano più vicino a quello che genericamente si suole definire ‘stoner-rock’ - o più in generale hard-rock psichedelico - con membri di Ufomammut, Acajou, Gea, Vortice Cremisi e pure Verdena che partecipano come ospiti agli 8 episodi dell’album.

In secondo luogo, e al di là della sua peculiare genesi, “A freak experiment…” è un disco assolutamente degno di nota perché centra in pieno tutti i suoi obiettivi musicali. Certo, il contesto non è quello delle musiche più sperimentali, e i ragazzi si muovono entro coordinate stilistiche ben precise, ma lo fanno con un carattere, una creatività e un’inventiva davvero eccellenti. Un’ascolto del disco condurrà quindi attraverso i territori più musicalmente cupi e allucinati, come in “The gambling” o nella “Hell & spacecraft” che sembra rievocare i Kyuss, in panorami da western allucinato come nelle due cover, “Adonai” a firma (nientemeno) Ennio Morricone e “Mindrocker”, un classico minore del repertorio ‘Nuggetts’ resa qui una stralunata parentesi in coda alla scaletta. È però a nostro parere con “Midnight siren blues” che i Colt 38 danno il loro meglio, indugiando per una decina di minuti sul proverbiale riff ‘ipnotico’ che fa da fondamenta a una costruzione di voci spettrali e di incursioni sonore più o meno varie, tra suoni di chitarre al contrario e monumentali batterie distorte. Tra altre parentesi di psichedelia dark (“Snakes, snails…”), allucinazioni sonore varie (“Camauba”) e splendide cavalcate (“Dig from my hands”) si toccano quasi tutte le corde e gli umori di del più classico acid rock degli ultimi decenni. Il che rappresenta sia una dimostrazione di sapienza da parte degli interpreti del disco, sia una testimonianza che è sempre possibile non abbassarsi a riciclare i luoghi comuni, ma anzi li si può rielaborare per cavarne fuori qualcosa di interessante (e questo disco interessante lo è altroché).

Speriamo non si tratti di un episodio isolato.

Tracklist

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