07/04/2003

Christian Sarteur ha molto a cuore il problema dell’identità nazionale valdostana e per questo sceglie il patois, lingua appartenente al ceppo dei dialetti franco provenzali, per i suoi testi. Preoccupazione nobile rispettabilissima, anzi encomiabile. Ma non essendo il suo cd fornito di una traduzione italiana dei testi, non sarà possibile dare un giudizio su di essi, magari bellissimi. Chiedendo venia per questo, si può passare all’esame della musica. Contrariamente a quanto ci si può aspettare, vista la presenza del Nostro in diversi siti dedicati alla musica etnica, “Payoula” non è sostanzialmente un cd appartenente al genere suddetto. Anche se qua e là fanno capolino alcune melodie e armonie che si suppone rimandino a quella che si immagina essere la etnica valdostana, particolarmente in “Li quens Rollant…”. Ma in generale il cd si incanala in binari assai diversi: un rock che pare figlio dei Nomadi più tardi - quelli del dopo-Daolio, per capirsi, e che per la scelta di alcuni predominanti suoni di tastiera evoca la new-age, come in “Lo coradjo” o “Payoula 2”, anche se Sarteur in fondo canta come un Guccini più sommesso.

Pregi o difetti? Eh beh, qui la scelta è netta e dipende da gusti e punti di vista: o si ama o si odia! Chi apprezza Nomadi, Guccini e new-age potrà essere interessato al disco di Sarteur, tenendo presente l’ostacolo della lingua. Per tutti gli altri, il consiglio è di tenersi ben alla larga, stile cordone sanitario.

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