13/04/2003 di Jack Nessuno

A volte, invece di dilungarmi in una recensione canonica, mi piacerebbe limitarmi a trascrivere le note che accompagnano i cd-r. Sarebbe la migliore fotografia del gruppo, la migliore stroncatura. Certo bisognerebbe essere proprio cinici per fare una cosa del genere, ma non è detto che non succeda un giorno, uno di quei giorni in cui dovessi essere licenziato dal lavoro, sfrattato di casa e scaricato dalla mia ragazza e non trovassi nient’altro di meglio per sfogare la mia frustrazione.

Mi si potrebbe obiettare che ciò che conta veramente è la musica, ma è mia profonda convinzione che il modo in cui viene scritta una presentazione rispecchia anche il modo di suonare, o per meglio dire l’attitudine, che nella maggior parte dei casi fa la differenza. Saper maneggiare i propri strumenti dovrebbe essere scontato per un gruppo che registra e propone la propria musica, mentre la personalità, il giudizio critico no. E questi aspetti influiscono eccome sulla musica.

Insomma, non nascondiamoci dietro un dito: é veramente irritante quando un gruppo esordiente riempie tre cartelle per elencare con precisione le volte che ha registrato in studio, i concerti di spalla a gruppi affermati, le recensioni ricevute, eccetera, eccetera. Sono cose che fanno e che devono fare tutti i gruppi, ma che non costituiscono motivo di interesse per un critico o un manager discografico. Se quel gruppo avesse fatto veramente qualcosa di significativo ne avremmo sentito parlare; se non lo ha ancora fatto, che male c’è a dichiararsi come esordienti? Nessuno pretende certo di ascoltare sempre geni incompresi.

Gli Yakudoshi hanno sicuramente una grande opinione del proprio lavoro, ma personalmente ho trovato il loro cd molto poco interessante. I primi quattro brani non sono altro che una riproposta delle stesse intuizioni di Marlene Kuntz e Massimo Volume (soprattutto “Amore”, con un testo di Bukowski) con la sola differenza che le sonorità vengono aggiornate all’era del post-rock. Il formato canzone si dilata fino a superare costantemente i 7 minuti in un noioso alternarsi di fraseggi suonati e cantati con l’enfasi dell’artista vate che guarda dall’alto della sua arte la plebe adorante.

Se quindi per i primi 30’ di questo cd ero seriamente intenzionato a scrivere una stroncatura su tutta la linea, il finale mi ha fatto cambiare un po’ idea, in quanto negli ultimi due pezzi le coordinate del gruppo trovano un certo equilibrio, seppur per motivi opposti (ed un altro difetto classico dei cd-r è quello di avere i pezzi migliori in fondo). “Snake” é il brano più breve e anche quello più dimesso, mentre “EGDS” è una lunga suite di space-rock strumentale che supera i 17 minuti. Questi due episodi diversissimi tra loro - umile il primo, ambizioso il secondo - mostrano un gruppo che si lascia andare a un’esecuzione più sentita (dove viene messa in evidenza la passione), che rinuncia a strafare - o che, viceversa, rischia il tutto per tutto - e che proprio per questi motivi merita un incoraggiamento.

Come dire: se proprio volete fare gli artisti almeno fatelo bene, altrimenti fate gli artigiani. Ma non fermatevi a metà.

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