13/04/2003

Chi ha affermato che i 3000 Bruchi sembrano a tratti dei Baustelle con molte più chitarre è forse stato sbrigativo ma ha colto sicuramente un aspetto importante, per quanto parziale; con il gruppo toscano, infatti, i nostri Bruchi hanno in comune un certo immaginario, del resto apertamente dichiarato: le colonne sonore di Piero Umiliani, i film ‘poliziotteschi’, quel decennio travolgente tra la metà dei Sessanta e dei Settanta, una attitudine estetica e a tratti estetizzante.

Pop elegante, alquanto elettronico, ma sempre ‘chitarroso’. Strofe scorrevoli e una non comune facilità per i ritornelli, una buona padronanza degli arrangiamenti, sempre studiati e precisi. Anche qualche pecca, come una voce gestita a tratti in maniera eccessivamente ‘dandy’, mi si passi il termine, tanto da risultare, sulla lunga distanza, piuttosto stancante: in questo senso, le prove migliori sono quelle in cui l’enfasi lascia il posto a una maggiore rilassatezza e a una più compiuta espressività (“Solo un sorso (o due)”, vagamente jazzata). Testi che indulgono, in alcuni casi troppo, al non-sense ma che in qualche episodio, pur non raggiungendo il valore letterario di altre proposte, colpiscono per le soluzioni ricercate.

Poco altro da dire: piaceranno a chi ama un pop leggero, raffinato, intellettuale, orecchiabile in maniera non banale. Tra i brani migliori, senza dubbio la coinvolgente e ‘britannica’ “L’allenamento” - che se fosse sostenuta da un testo e da un cantato meno evanescenti sarebbe davvero stupenda - e la oscura “Nylon”, un indie rock che ricorda, per andamento e sensazioni, i primissimi Afghan Whigs.

Commenti

    Aggiungi un commento:


    ACCEDI CON:
    facebook - oppure - fai login - oppure - registrati