18/10/2014

Sapere che nel belpaese esistono (ancora) realtà che della loro fiera indipendenza ne fanno atto politico e della loro arte strumento di lotta contro l’omologazione e il capitale, fa ben sperare per il futuro delle sette note in salsa tricolore. Vabbè, detto così sareste legittimati a fraintendere e pensare di essere al cospetto di uno di quei pipponi che tanta fortuna ebbero nei ‘70, anni in cui anche l’ultimo borghesuccio con un qualche rodimento di culo e chitarra al collo, poteva arrogarsi il diritto di salire in cattedra e menarcela su lotta di classe e imperialismo. In questo caso, state tranquilli, niente di tutto questo si materializzerà dalle casse del vostro pc, perchè la portata politica di questo lavoro è tutta racchiusa nell’accezione che John Cage intendeva (vale a dire quella di response-ability), ossia musica vissuta non come azione creativa avulsa dal proprio contesto storico-culturale, ma come situazione sociale che coinvolge le persone e le loro vite. Politica come consapevolezza nell'immanente, quindi, politica come possibilità di trovare significati al di là dei significanti.

Humpty Dumpty (moniker dietro al quale si cela Alessandro Calzavara, eclettico e fine interprete messinese) giunge con questo "Dissipatio H.D." al suo decimo Lp in oltre quindici anni di autoproduzioni, e se fino al 2005 tratto peculiare di queste ultime era quello di essere filtrate attraverso la scelta dell’idioma inglese, per le ultime fatiche Calzavara si riappropria della lingua madre, quasi a voler mostrare, immaginiamo, un’urgenza espressiva fattasi via via sempre più pressante. Dal synth pop virato in chiave wave di lavori quali "Eine traurige Welt für Scheiße Leute" o "Q.B."(una sorta di Baustelle imbottiti di Xanax), giungiamo all’oggi di una voce (e che voce!), una chitarra acustica e poco altro a fare da corollario.

Sin dall’iniziale "I Corvi", per terminare con "Dissipatio Humani Generis", il tono confidenziale e la sei corde suonata in punta di plettro, ci conducono attraverso tredici episodi aurali, quasi immaterici ma, paradossalmente, dal consistente peso specifico. È il caso di "L’Assente", "Samurai" o, ancora, "Il Vuoto Vuole", un trittico piazzato a metà album che, da solo, è di per sé una apodittica dichiarazione d'intenti. Una chitarra di feltiana memoria contrappunta un venefico cantato in "Nel Mare", “Prenderò il largo e non penso di lasciare un indirizzo mi troverai oltre quello che hai perduto e mai riavrai”, e dove c’è anche spazio per omaggiare un Enrico Ruggeri d’antan “Non mi cercare ché non mi riconoscerai”. Il De André più ispirato è il nume tutelare di "La Voce", mentre con "Condominium" si lambiscono territori molto prossimi alla psichedelia barrettiana: “II passo si svuota E trema Se scruti nel buio Dalla serratura Chissà se attendi O se hai paura Ma ti Accontenti”.

Per chi segue da tempo le gesta di Humpty Dumpty, questo ultimo lavoro sulla lunga distanza non può che confermare quanto di buono si era già intuito in passato e quanto la caratura delle composizioni sia ulteriormente lievitata, cosa che potrebbe aprirgli la possibilità di farsi annoverare tra i cantautori che contano. Buono anche il lavoro di cesello fatto sui testi e sugli arrangiamenti, asciutti ma mai banali. “Uno svanimento in 13 atti” recita il sottotitolo di questo disco, pregate che faccia effetto.

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