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RECENSIONE
12/05/2003 di Ilaria Rimondi

La composizione poetica classica è come un bicchiere di cristallo. Può essere posseduto da chiunque ha la sensibilità di apprezzarne la silenziosa eleganza, può rendere preziosa la tavola più umile, può contenere qualsiasi prodotto rimanendo lucente, trasparente musicale al minimo tocco, per sua natura, la perfezione resta a prescindere da chi ne faccia uso. Ma basta un suono sgarbato, una stonatura appena più profonda che questo permaloso materiale si frantuma e la tavola tanto amorevolmente imbandita torna ad essere opaca e spenta. Musicare testi di poeti, divulgarli con la propria voce è l’impresa laboriosa e insidiosa che “Il passo di Charlie Chaplin” ha deciso di intraprendere. E’ l’intento, dichiarato insistentemente e legalmente autorizzato, che rimbalza da qualsiasi prospettiva esteriore si guardi il loro lavoro: dall’ottima scelta di autori non scontati, dal nome stesso del gruppo al titolo del cd, alla cura della parte grafica. Ma l’ispirazione promessa purtroppo stenta nella musica, evapora e si incrina, vittima dell’urto tra metriche difficili e imbastiture musicali non adatte a sorreggerle. “Demoni e Meraviglie” risente dello sforzo, forse ancora prematuro per questa band, di affrontare uno scontro impari tra la maestria di chi ha già creato alla perfezione e il tentativo di associare la musicalità letteraria altrui alla propria musica. La miscela tra elegia e rock italiano(alla Ligabue…) sembra priva di finalità anche se il gruppo sembra conoscere approfonditamente entrambe le componenti, ma la loro unione presenta ancora troppe forzature. Le tracce sono cariche, eccessivamente piene di suoni, di stimoli, di immagini, di voci, di altisonanze. La scelta delle sonorità stride spesso con la delicatezza dei concetti, in particolare i riff di chitarra troppo rumorosi, la vocalità del cantante posseduto da Giovanni Lindo Ferretti in tutte le sue sfumature, la presenza poco omogenea degli archi magistralmente impugnati, ma che nell’insieme costringono l’immaginario personale dell’ascoltatore ad evocare atmosfere e suggestioni che spontaneamente non nascerebbero. Il carico risulta oppressivo, come oppressiva è la sfilza di presenze richiamate: Verlaine, Neruda, Garcia Lorca, Whitman… Potenzialmente c’è molto materiale su cui lavorare, c’è molta convinzione e nei brani nei quali anche il testo è inedito, si scorge più equilibrio e spontaneità e una composizione semplice e meno invadente. Manca ancora la delicatezza, il carisma dei colori appena accennati, il soffio o la pazzia, il fuoco, l’invasamento dell’ispirazione poetica che se non cercati a tutti i costi potrebbero nascere con naturalezza e senza artifici. Il passo di Charlie Chaplin, stentato e claudicante è diventato unico, personale, ostinato e inimitabile. Ne portano il nome, non resta che augurare loro di seguirne con testardaggine l’audace esempio.

Tracklist

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