The Great Northern X COVEN 2014 - Psichedelia, Grunge, Post-Rock

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Mezz’ora può bastare. Soprattutto a scoprire una band ispirata e un album di fronte al quale non si può restare indifferenti.

Howe Gelb gradirebbe. E anche i Sonic Youth. Persino Steve Wynn non rimarrebbe indifferente. Chissà, strapperebbero un mezzo sorriso anche a quel musone di Neil Young. Sarà perché non sembrano arrivare dalla città del santo tanto è l’amore per l’America del Nord, per l’indie che dà lì si è sviluppato negli anni ’90 (senza dimenticare quello uscito fuori dalla seconda metà del decennio precedente), per le strade polverose e se possibile impervie. Sono nati e cresciuti tra la lande dello Stivale i Great Northern X ma ormai se ne sono fatti una ragione, probabilmente vorrebbero essere altrove (facile indovinare dove, vero?) ma intanto eccoli qui a predicare rock’n’roll chitarroso e melodico, equilibri elettro-acustici e potenza sonora.

Tutto e anche il contrario di tutto rinchiuso nella mezz’ora di “Coven”, album accomunato da un’indole che potremmo definire malinconica (che nulla a che fare con l’angoscia, sia chiaro), sorretta dalla particolare tonalità del vocalist Marco Degli Esposti e da canzoni che sembrano scritte appositamente per un viaggio da qualche parte nella mente. A partire da “Skunk”, cavalcata noise allo stato puro, sviluppata da sei corde arrabbiate e da pelli pestate per bene. Durezze non isolate, che si riaffacciano in “Dead caravan”, pezzo dalle tendenze stoner, affiancato da una voce pronta a virare verso altre direzioni, nel nervosismo moderato di“Carol”, mentre il resto si immerge tra suoni più o meno gentili: “Let’s down our sorrow” è una ballata che ogni tanto si impenna, “Machine gun stars” ricorda i Dream Syndacate, “Fever” regala lentezze prima di arrivare a un finale torrido, e soprattutto c’è “The river song”. Ovvero l’episodio più coinvolgente del lotto, così perfetto da riuscire a mettere d’accordo elettrico e acustico, a far alzare la sabbia del deserto, a evocare uno spleen poetico e meditativo: nient’altro che un gioiello che rende il secondo album del quartetto padovano prezioso. Già, in fondo “Coven” è uno (splendido) esempio della vitalità della nostra scena indipendente.

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La recensione COVEN di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2014-05-08 00:00:00

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