15/05/2014

C’è un tizio non proprio a posto che consuma anima e corpo, si fa chiamare Ulisse ed è coperto, più che di sale, di pasticche. E un perdigiorno da bar universalmente conosciuto come Mr. Faust. Poi, a cascata, ecco gli incontri e gli scontri, le cose fatte bene e quelle fatte male, le piccole città, bastardi posti. Le notti e le ore piccole a chiudere il cerchio, in una Milano da bere destinata a pagare il fio a una periferia spericolata e cinica, quasi oggetto di rimpianto e fotografia nitida di tempi che non tornano più. Nel nuovo lavoro dei Guignol, una band al cui interno c’è stata una certa vivacità (già, incontri, scontri…), la strada e l’oscurità, non solo metaforica, si piazzano al centro di tutte le pulsioni. E la narrazione diventa un mezzo per raccontarsi addosso. Non solo storie minimaliste, se così le vogliamo chiamare, perché sullo sfondo si staglia pur sempre una Repubblica democratica fondata sul lavoro con cui fare i conti, un “grande buco col Paese intorno”, con buona pace dei suoi politici inetti e bugiardi, lì dove anche appendersi al ramo di un albero è una scelta come un’altra.

Per rappresentare un universo per nulla consolatorio, Pier Adduce e compagni si affidano a una sonorità che va a parare nei dintorni del rock nordamericano della seconda metà degli ’80 (un nome su tutti: Green on Red), quindi chitarre irruenti come nell’opener “L’Ulisse” o in “Mr. Faust”. Ma “Ore piccole” non disdegna incursioni tra le radici blues (quelle che, fino a pochi anni fa, potevano considerarsi una sorta di specialità della casa), concretizzate nell’acustica “Il quartiere”, e nemmeno delicate tavolozze folk, ascoltare “Le consegne” per credere, o gemellaggi con l’elettronica, ben rappresentati da “Staremo bene”.

I Guignol ne escono con una raccolta di canzoni di ottimo impatto, compatte e nervose, specchio di tempi disordinati e folli, belle e dannate. Il loro è un grido di dolore per nulla disperato, rivolto a un’umanità che sembra non avere più tempo per guardarsi attorno. “Ore piccole” è da ascoltare in posizione preferibilmente non statica, mentre il resto del mondo è “appeso a un vizio o a un gratta e vinci”.

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