20/05/2003

C’è chi vive ancora a cavallo tra gli anni ’80 e i ’90, quando da noi il ‘grunge’ era solo una strana parola inglese, mentre ‘rock italiano’ identificava un vero e proprio genere musicale, fatto di tastiere invadenti, chorus, assoloni di chitarre, testi rudi ma dal cuore tenero ed in fondo caratterizzati da una malcelata invidia nei confronti della lingua madre del rock. Non era strano, ai tempi, ascoltare frasi tipo: “Ah sembra facile, disse ridendo my mother”, oppure: “Ho visto solo John ridere di me”, né sembrava pretenzioso inserire in chiusura la reprise versione ‘instrumental’ di un brano, corredata di soavi violini eccetera eccetera.

Ma che senso ha, agli albori del ventunesimo secolo, un’operazione di tal fatta? Come può non suonare stantìo un cd che ricorda pomeriggi domenicali passati ad ascoltare/suonare Timoria, Litfiba - se non addirittura Vasco - e compagnia bella, assieme degli amici dell’oratorio?

Probabilmente un senso ce l’ha, e anche qualche estimatore, visto che c’è chi, imperterrito, continua a riproporre cose di questo tipo, ma, pur con tutta la buona volontà disponibile, non si prevedono sfracelli. Lungi da me sostenere che sia obbligo seguire le mode a tutti i costi, ma, se non mi spingo ad affermare che i Centrade dovrebbero prendere esempio dagli Strokes, credo sia impossibile non pensare che forse farebbero bene a guardarsi un po’ attorno, giusto per rendersi conto che ora come ora il ‘rock italiano’ ha assunto contorni e sfumature un tantino più ampie e meno - ok, lo devo dire - provinciali. Certo, può anche essere che la cosa non li tocchi minimamente e che questo sia ciò che amano e che vogliono effettivamente suonare; nulla da dire a questo punto, ma, ribadisco, faccio fatica ad immaginare un enorme successo per lavori del genere.

Sempre che, dietro l’angolo, non sia appostato, pronto ad aggredirci, l’ennesimo ‘revival’.

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