04/07/2014

"Un Fedele Ritratto" è il nuovo lavoro del cantautore trevigiano Giorgio Barbarotta, disco autoprodotto che fa una certa mostra di maestria e professionalità, soprattutto nell'arrangiamento. Un misto di rock, folk ed elettronica, misurato e calzante, con elementi e riferimenti veramente diversificati. Il cantato, sempre impeccabile, a sprazzi richiama De André e il cantautorato italiano, nelle atmosfere, nella cadenza dei versi e nella scelta delle parole, specie ne "La roba da buttare" (traccia numero tre). C'è spazio anche per le classiche inflessioni da rocker intonato, che biascica la fine delle parole per dare quel certo colore ai testi, cosa che, a mio avviso, rappresenta la parte più rivedibile dell'interpretazione dei brani. Quell'effetto alla Piero Pelù o alla Ligabue, che se non sai fare suona poco spontaneo (Distanzaaah). E i testi in alcuni casi peccano un po' di banalità. L'album, comunque, è ottimamente costruito, e questo, probabilmente, è il suo maggior difetto.  

Vado nel dettaglio. La prima canzone è a tema "crisi". Argomento da prendere con le pinze, ma Barbarotta se la cava in calcio d'angolo, niente di troppo retorico e scontato, apparte l'orribile suono di bicchiere infranto proprio all'inizio. Sulla stessa falsariga di "Sbotta" c'è "Portami a Casa", che nonostante un intro strumentale coinvolgente, snocciola una serie di soluzioni che francamente fanno riconsiderare un po' il tutto; ad esempio quando Barbarotta canta di "gguard reil" e "autogriiul" con accento improbabile, e quando compaiono parole che suonano come inserite a caso. In "Ecclissi di Sole", tornano i riferimenti al cantautorato italiano, e sono veramente ben mixati e resi abbastanza irriconoscibili. Nello specifico, stavolta torna dall'aldilà Lucio Battisti con "I Giardini di Marzo", con le dovute modifiche di tonalità e tempo. "Gratia Dei" è forse uno dei pezzi migliori dell'album. Mi ha colpito la cristianità non troppo velata del testo, in cui l'uomo è descritto come una creatura limitata che non può che dimostrare la propria imperfezione di fronte a Dio; che ci guarda da lassù e annuisce, biblicamente. I toni da lenta ballad che si dipana in un crescendo mistico richiamano un po' la "Cura" di Battiato, nella verbosità del testo, nella cantilenosità religiosa.

In "Stelle e Strisce" ovviamente compaiono le armoniche, che condiscono una serie di luoghi comuni sull'America. Messi lì per fare rima, assieme a delle frasi in inglese non troppo comprensibili. Però è intonato, dimostra anche una bella estensione vocale. George W. Bush, Obama e i motel, sogno americano, il tabasco, grattacieli, limousine, pellerossa, Mississipi, blues, famiglie grasse, Hollywood, motociclette, tutto l'immaginario americano, zio Sam, rap, Beatles (?) e potrei continuare tranquillamente a trascriverne il testo. Conclude l'album con "Echi di Tokyo", una ballad onirica e sognante. Con qualche ahiahi di troppo, forse. Che in altra tonalità ho già sentito, ma chissà dove. Iron & Wine direi.

In conclusione, questo disco, pur facendo sfoggio di addobbi e lucine colorate, si perde in eccessive autocelebrazioni e ricerche spasmodiche del dettaglio, con riferimenti certe volte troppo palesi a determinate tradizioni musicali. Un album senza dubbio ben orchestrato, ma che lascia un po' l'amaro in bocca: la sensazione di qualcosa di quasi raggiunto, appena sfiorato. 

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La recensione Giorgio Barbarotta - Recensione - Un fedele ritratto di Mauro Manconi è apparsa su Rockit.it il 24/07/2019

Commenti (3)

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  • Giorgio Barbarotta 09/07/2014 ore 08:29 @giorgiobarbarotta

    Rockit nel corso degli anni ha sempre prestato attenzione al mio lavoro, ormai ventennale, con professionalità ed equilibrio. E ciò ha sempre destato in me ammirazione e stima. Ma, ahimè, si sa, il settore è in crisi e anche ai migliori possono sfuggire delle sbavature di condotta.
    Vengo al dunque. Fermo restando che credo nella libertà d'opinione come principio e valore, dunque massimo rispetto per chiunque, leggere quanto riportato pubblicamente su Rockit da parte di Mauro Manconi mi ha sconcertato e persino amareggiato.
    Lasciamo perdere la qualità di scrittura e la struttura della recensione, per la verità sommaria e dilettantistica già a prima lettura. Lasciamo stare il tono e lo stile. Lasciamo stare anche i riferimenti triti e ritriti a cui qualsiasi autore e interprete italiano viene accostato (e in ogni caso si parla di nomi storici della canzone, dunque i paralleli sono persino graditi se l'accostamento è motivato e calzante a livello artistico e musicale). Lasciamo stare le uscite saccenti e snob che emergono continuamente dallo scritto del Sig. Manconi.
    Quello che invece mi preme sottolineare è la quasi totale inverosimiglianza di molte osservazioni contenute nella recensione che, ascoltando l'album, si possono tranquillamente smentire ad una ad una.
    1) la fine delle parole non sono "biascicate" e non c'è parentela alcuna né con il modo di cantare di Pelù, né con lo stile di Ligabue. Se il Sig. Manconi vuole creare dei parallelismi forzati perché quelli sono i suoi parametri di riferimento faccia pure, ma tenga presente che è dannoso tanto per il sottoscritto, quanto per Rockit fornire delle informazioni sbagliate, per non dire inesistenti e fuorvianti. Fa riferimento in particolare ad una parola "distanza" in cui la "a" finale all'interno della canzone "Come un principio d'estate" è anni luce dall'essere interpretata come avrebbero fatto i due cantanti cui lui accosta il mio cantato. Tra l'altro non ho la pasta vocale né il timbro dell'uno o dell'altro. Ascoltare il cd per credere. Inoltre che razza di definizione è "rocker intonato"? Perché usare quello che è evidentemente sarcasmo ingiustificato?
    2) da vent'anni scrivo canzoni e mai, dico mai, la parola banalità è stata accostata alle mie canzoni. Dico: scherziamo? Ma il Sig. Manconi ha presente cosa significa banalità? Il fatto di essere diretto, poetico senza eccessivi ermetismi, lo disturba per caso? Sa cosa vuol dire suonare 30/40 concerti all'anno da vent'anni e necessariamente scegliere di utilizzare testi che siano comunicativi e non incomprensibili o ostici per il pubblico?
    3) parla di "album ottimamente costruito" in modo subdolo: è un difetto prestare cura alla produzione di un progetto?
    4) Il Sig. Manconi rilegge ciò che scrive? Mi chiama Barbotta. Sa leggere la copertina di un album? Il mio cognome o nome d'arte che sia è Barbarotta. E' sul cd e ovunque in internet, basta documentarsi. Chi scrive pubblicamente ha il dovere di documentarsi.
    5) Critica la mia pronuncia forzatamente arrotondata di "guardrail" e "autogrill" (vada a rivedersi come si scrivono correttamente le due parole inglesi il Sig. Manconi) senza capire che si tratta di ironia, di un goccio di sense of humour, non a caso concetto inglese. Non capendolo, lo critica, lo deride. Ma dico: un minimo di buon senso.
    6) dice "parole inserite a caso", stiamo scherzando? E' un collaboratore saltuario, una scheggia impazzita, spero. Come si permette e in base a quale giudizio afferma una cosa simile e soprattutto, perché? Chi è lui: Eugenio Montale, forse? Mogol?
    7) l'ironia che usa chiamando in causa Battisti è fuoriluogo (ma benvenga Battisti, ci mancherebbe) e i "riferimenti" di cui parla sottintendono una mancanza di originalità e un pizzico di malizia da parte del sottoscritto quando li descrive come "ben mixati e resi abbastanza irriconoscibili". Inaccettabile che un album venga recensito in questo modo così poco rispettoso e del tutto superficiale.
    8) vada a rivedersi cos'è una ballad, genere che ha degli stilemi precisi e non va usato a caso appena il bpm diminuisce
    9) riporto altre parole testuali della recensione "ovviamente compaiono le armoniche insieme a delle frasi in inglese non troppo comprensibili". Un suggerimento al Sig. Manconi: riascolti un paio di volte un brano se vuole recensire i cd. Legga il booklet, si informi sull'artista, cerchi di capire le cose prima di giudicarle. La canzone da lui arrogantemente liquidata in poche righe è facilmente comprensibile, basta volerlo. Cosa c'entrano i Beatles?! Ma siamo matti? Chiude le sue riflessioni sul pezzo "Stelle e strisce" con una frase che ben rappresenta la vacuità sostanziale del suo pensiero: "e potrei continuare tranquillamente a trascriverne il testo". Chi scrive una recensione deve dare contenuti al lettore, avere fluidità di pensiero, argomentazioni valide, voglia di mettersi in gioco e comunicare, no sedersi su uno scranno a dispensar pollici versi a seconda dei suoi gusti e del suo umore nei ritagli di tempo. Sennò è più onesto che si limiti a riportare i comunicati stampa, come fanno molti. Almeno non fanno danni.
    10) gli "ahiahi" su cui ironizza sono armonie vocali a fine album. Il Sig. Manconi sa cosa vuol dire costruire architettonicamente un album? Uscirne in modo originale? Avere il coraggio di terminare un cd sostanzialmente a cappella? E allora lui che fa? Fruga nel suo bagaglio di conoscenze musicali (non so quanto vasto…) e pesca col beneficio del dubbio gli Iron & Wine (che sono una bella realtà, intendiamoci) …e ancora una volta passa velocemente ad altro, perché probabilmente ha fretta. I recensori debbono aver passione e preparazione, non fretta.
    11) nessun "addobbo o lucina colorata" (ma come si permette?), nessuna "autocelebrazione" o "ricerca spasmodica del dettaglio" …esternazioni peraltro ancora una volta non esplicitate, buttate là, come sentenze inappellabili, giusto per dire qualcosa che suoni come critica. Manconi tratta di musica, non so con che titolo, ma lo fa. Ma non ama davvero la musica, lo si capisce da come scrive.
    12) Manconi parla di "riferimenti certe volte troppo palesi a determinate tradizioni musicali": ma che modo di scrivere è? Vago, generico, svogliato, inutile. Il contrario esatto di quello che significa scrivere un buon pezzo riguardo un disco. Qualcuno in redazione gli faccia un piacere, lo aiuti.
    Ultima cosa. Consiglio al Sig. Manconi di leggere tra gli altri il bel libro di Nicola Piovani "La musica è pericolosa". Scoprirà un sacco di aspetti interessanti relativi alla materia, tra cui la parentela che si può scoprire tra Chopin e i Radiohead, tanto per dirne una. Capirà molto sul concetto di originalità ma anche sul rispetto per l'altrui lavoro. Scoprirà, leggendo un po' più libri sulla musica, biografie, saggi, trattati o altro, cosa vuol dire veramente essere un autore, un compositore, un interprete, un produttore, un editore, un critico musicale. Scoprirà anche quanto sia importante scrivere di musica in modo serio e professionale.

    Giorgio Barbarotta

  • Gianluca Chiaradia 21/11/2015 ore 10:30 @Chiaradia

    Caro Giorgio, perle ai porci.
    I recensori di Rockit, mediamente, sono tutti musicisti falliti che riversano nelle recensioni il loro astio cosmico.
    Il tuo disco è bellissimo.
    Un tuo fan.
    Gian

  • Giorgio Barbarotta 21/11/2015 ore 16:51 @giorgiobarbarotta

    grazie Gian, un caro saluto

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