14/06/2003

É dal 1993 che i Laundrette hanno aperto la loro attività. Dopo dieci anni, questa volta con “Weird place to hide” - un disco che esce per la Suiteside dopo la diaspora Gammapop - tentano di compiere l’ingrato (ma affascinante) compito di abbattere i confini di un genere, il noise, che sembra sempre più richiudersi su se stesso.

Succede allora che alla classica formazione a tre venga aggiunto Rino Bartera, già chitarrista degli Ego, che al banco del mixer si sieda Juan Carrera della Slowdime e che alla masterizzazione ci pensi Massimo Mosca dei Three Second Kiss. Nomi non nuovi, insomma, a questo rumoroso (ma non troppo, ormai) universo stilistico.

Ma succede anche che siano i Laundrette stessi a voler dare aria nuova alle proprie canzoni, velando i tipici intrecci di area post/math rock di chicagoiana indole (June of ’44, un nome su tutti) con una volutamente malcelata inclinazione alla melodia, sempre più scenario palpabile in cui anche la voce comincia a risultare una componente importante. Nascono allora suite avvolgenti, talvolta inquiete e nervose come il genere in questione vuole, ma talvolta persino più malinconiche e sognanti. Ed è qui che il genere si svecchia, che i Laundrette trovano una nuova via pur continuando a camminare con le stesse scarpe. Ascoltate “Saturday mornings”, ad esempio, con il suo andamento nostalgico baciato da una luce sfocata, e poi passate alla successiva “Smash mountain man” per capire come anche la tensione ritmica ed emotiva non sia andata persa, ma si sia sempre più amalgamata ad un’indolenza melodica di fondo, sfondo sempre più maturo per canzoni sempre molto belle.

È dunque la parola evoluzione quella che più può meglio fotografare questo “Weird place to hide”. La quale - insieme a talento, maturità, sincerità e coerenza - può dare il senso alla carriera ormai decennale di questa band e al valore ormai pieno della sua musica.

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