30/06/2014

Se vi sentite pronti a ricevere un pugno in faccia di lunedì mattina, vi sfido a premere play.
La prima domanda sorge spontanea: chi sono i Die Abete? Il loro “Tutto o niente” gira da un paio di mesi in versione quasi pirata e sotterranea, quando le solite V4V e Fallo Dischi ci mettono le mani su, lo gettano in free download, e ce li presentano così: “Die abete nasce nel 2013. Sono 2 chitarre, 2 batterie, 3 voci, ogni tanto anche 4. Si chiamano Marco, Eugenio, Lukas e Michele e vengono da Terni. Da poco è entrato in formazione stabile Riccardo (aka Terence, ndR)”. Questo è quanto.
La seconda domanda è: cosa fanno i Die Abete? In parte ho già risposto: pugni in faccia, con 2 chitarre, 2 batterie, 3 voci, ogni tanto anche 4. Con questa formazione, i momenti densi sono protagonisti, lasciando la rarefazione a morire in poche code, anche per necessità espressiva: dove inserirla la calma se hai brani di un minuto e mezzo al massimo?

“Where are my keys” è puro hardcore punk, mentre “Per un pugno di pugni” e “Al giorno la resa” si sfrangiano in riff metallici, agitati, “Lo scrittore” si muove su territori più accorati, vicini al panorama emocore. “Mosquitos threat” è il momento più metal, con la voce portata alle estreme conseguenze, e “UT” chiude la collana con chitarre che sparano lunghe gettate noise.
Un'eccellente eccezione alla durata: “Tommy was Superman”, tre minuti per metà spastico controtempo per metà sbrodolante metalcore in cui le chitarre rinunciano alle luci della ribalta in favore di un batterismo nevrotico e roboante. In mezzo, ci piazzano una cover di “Ragazzo di strada”, brano che è stato interpretato tante volte in tante salse (basti sentire il trattamento dei Calibro 35 con Manuel Agnelli), ma senza addentrarci in estenuanti discussioni sulla questione dell'autenticità, c'è da dire che la rilettura punk gli calza a pennello, un po' perché è facile affermare “Io sono un poco di buono” se fai punk, un po' perché in questo caso si supera la necessità di metterci dell'ironia, che ha anche un po' rotto i coglioni e non sempre giustifica tutto, si supera il semplice concetto del dissacrare per dissacrare, e invece si restituisce una versione per l'appunto autentica, che ha in quel “Io vivo ai margini della città / Non vivo come te” una semplice constatazione di esistenza.
Ultima osservazione sui testi (in inglese e in italiano): in alcuni momenti sembrano buttati lì solo per dare una forma alla voce che altrimenti sarebbe puro suono - “Where are my keys?” -, altre volte sono truci invettive -”Lo scrittore”-, oppure sono cupi testamenti morali, che partono dalla letteratura del '900 per esprimere un'emotività tragica e straniante, per certi versi decadente. Se questo è l'esordio, spero che ci siano tanti altri lunedì mattina.

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