05/09/2014

Quanta strada dovremo fare ancora, per poter affermare con certezza di essere arrivati da qualche parte, quante stelle cadenti ancora, per esaudire un desiderio che sia profondo e splendido come il traguardo che ci aspetta, da anni ormai, troppi. La sensazione dominante è che tutto stia sfuggendo di mano e che il resto del mondo sia sempre più distante, questa la verità che non vuoi mai, questa l’unica spinta, ché in fondo l’isolamento, la pioggia dentro, gli spazi stretti, ecco in fondo è questo che ci spinge a fare ancora altra strada, a ingoiare imprevisti e divorare le paure. Più o meno, funziona così. Funziona di sicuro così ascoltando questo disco che racchiude ogni cosa in un me e te, in un quadro intimo dove il cielo stenta ad affacciarsi e ciò che proviamo è moltiplicato da un riverbero di battiti accelerati, da occhi più grandi capaci di guardare oltre il viso e le mani, dalla parte più nascosta di quello che siamo e che si esprime in quei sottili movimenti del corpo di cui spesso non ci accorgiamo neppure.

Testi minimali che non vogliono raccontare ma sottolineare momenti, nel tentativo di intrappolare le emozioni di quella volta nelle parole, e le chitarre pulite che disegnano a matita uno scenario di dolci solitudini dove le voci possono sfogare, emo nel cuore, leggere eppure incisive, e su tutto una lunga linea grigia che è la tristezza, il sogno infranto, il ricordo di gioie lontanissime, la viva percezione che non torneranno: e gli slanci postrock aprono con forza a nuove gelide correnti, rinsaldano i sentimenti, lasciano piangere sulla spalla ma è quella spalla, adesso, che manca.

Prendi “Febbraio”, il suo rigore e la nettezza dei suoni, l’esplosione morbida e dilatata di ogni elemento che la compone in una marcia sofferta che sa di sconfitta, e quel “È inutile che dica “domani andrà meglio”, sarà soltanto un giorno nuovo al tuo risveglio” che riassume perfettamente l’umore denso e malinconico dell’intero lavoro; prendi “308 Negra Arroyo Lane” che parte presto e bene col suo piglio deciso, con la ritmica che ti batte nello stomaco, con le sue riprese e i cambi che esprimono mirabilmente il senso dei nostri giorni, le corse inutili e rabbiose, e le rincorse colme d’affanno per raggiungerti, e il necessario fermarsi per tentare di capire prima di arrenderci.

Prendi infine “Perché Non Siamo Dove Siete Voi”, che è l’esatto istante in cui ci fermiamo, cerchiamo di mettere insieme i pezzi, “In questo stato di coma superficiale, troppo impotenti ormai per far qualsiasi cosa”, e la sua enfatica chiusura emozionale che come un mantra recita infinitamente “Alla domanda più importante delle nostre vite abbiamo la risposta nei palmi delle mani”, e riesci davvero a sentire il sangue che scorre, l’ossigeno che sale, il cuore che pulsa: riesci a cogliere l’essenziale, e aldilà di traguardi, stelle cadenti, gioie lontanissime e rincorse, è proprio questo, di cui hai bisogno adesso.

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