Drink To Me Bright white light 2014 - Rock, Elettronica, Alternativo

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Applausi e ascolti a ripetizione. "Bright white light" non chiede altro.

Diventa sempre più difficile raccontarvi l'evoluzione musicale dei Drink To Me, nonostante abbia lasciato fermentare gli ascolti di "Bright white light" per qualche tempo dopo la sua uscita, affinché potessi valutare successivamente l'effettivo spessore del disco.

Non volevo infatti rischiare sgradevoli confronti con "S", la loro opera datata 2012, che su queste colonne il collega Marcello Farno definiva, senza timore alcuno, "il jump perfetto dei Drink To Me, [...] il raggiungimento finale di una meta a lungo cercata e, adesso, dopo aver messo la testa giusta nelle cose ed essersi caricati a dovere, centrata in pieno", e in mezzo un altro grandissimo disco qual era "Disordine", ad opera di Cosmo. Se invece andiamo ancora più indietro nel tempo, fino alle origini di "The beauty ep" (dove l'altro collega Stefano Rocco li definiva "moderni e modaioli, punk nell'intenzione, emo nell'approccio, fighetti nelle melodie, sonici nel chitarrismo, estremamente storti e sincopati nelle strutture. E poi intensi, romantici, schizofrenici ed accattivanti") sembra sia passata un'eternità, anzi il pensiero ricorrente è che si tratti di due band fra loro diversissime.

Mi piace invece pensare ad una metamorfosi anche se, dopo "S", nutrivo qualche dubbio sul fatto che l'ispirazione del quartetto potesse mantenersi qualitativamente intatta, anche solo per una questione di statistica (azzeccare due dischi di seguito è appannaggio solo di pochissimi). Felice di aver sottovalutato i ragazzi, perché i 10 episodi di quest'album testimoniano un flusso creativo che continua a scorrere più impetuoso che mai, ricordandoci ancora una volta che, anche in ambito musicale, il 'made in Italy' produce eccellenze.

I Drink To Me mantengono intatta questa grandissima capacità di mischiare elettronica, pop e psichedelia, generando un'alchimia sonora a tratti sorprendente - proprio nel senso che ti lascia di stucco ogni volta che scatta un play. La sensazione prende forma fin dall'iniziale "Endless, endless" (il cui pattern di batteria ricorda i Tame Impala di "Be above it"), per proseguire traccia dopo traccia; in "Wild", ad esempio, tornano perfino in mente i migliori Mercury Rev degli anni '90 (quelli di "Deserter's song") che si incrociano con i MGMT, su "Bright" il richiamo sono gli Animal Collective (oggi molto meno invadenti di un tempo) mentre su "Twenty-two" il cassetto dei ricordi rimanda all'esordio firmato Majical Cloudz.

E poi ci sono, sempre più affascinanti, questi suoni sintetici intorno ai quali il gruppo ha costruito la metamorfosi di cui sopra e che oggi il lavoro di Alessio Natalizia (aka Banjo Or Freakout aka Walls) ha saputo cucire alla perfezione sul tessuto sonoro dei quattro. Tessuto che trova il suo culmine nella conclusiva "Ecstatic", capolavoro assoluto dell'intero lavoro, in cui la voce di Marco si fa spazio tra suoni a là Kraftwerk e atmosfere vicine agli Junior Boys di "So this is goodbye".

Applausi e ascolti a ripetizione. Non rimane molto altro da fare e da scrivere.

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La recensione Bright white light di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2014-11-27 08:00:00

COMMENTI (5)

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  • faustiko 7 anni Rispondi

    @leoleonardi il punto è che siamo nel 2014 e ancora prima dell'avvento della globalizzazione la musica, per fortuna, è stata sempre un linguaggio universale. a me frega davvero meno di zero se nelle canzoni dei drink to me si senta o meno torino: non è un disco folkloristico che debba rispettare determinati canoni, dev'essere un disco che parla del mondo - o perlomeno penso sia questo il "taglio" delle opere dei drink to me - e lo deve fare a modo suo.

  • leoleonardi 7 anni Rispondi

    Faustiko, non hai letto quell ch ho scritto. Qui ci sono solo influenze e niente altro. Questo album é scritto pensando a Berlino, Londra e non c'é niente di nostro. Dov'é Torino, dov'è la nostra realtá. Perché dobbiamo scrivere musica emulando come scimmie culture che nn ci apoartengono?

    "suono quello che ho attorno" M. Davis

    "suono quello che é figo... quello che sta attorno ad altri perché la mia realtà non è così figa." Musicista medio Torinese.

    Nn so se ve ne siere accorti, ma sulla nostra realtá ce ne sarebbe da scrivere a pacchi.
    Invece cosa facciamo? ci ispiriamo a realts che nn c rispecchiano rendendo incomprensibile il lavoro al nostro pubblico.

    Scrivere cosi è come accettare che il big mac sia piatto nazionale.

    Se poi vuoi vendermi perforza questo disco...

  • faustiko 7 anni Rispondi

    @leoleonardi e davvero non ho mai giudicato un album schierandomi per un genere piuttosto che un altro...

  • faustiko 7 anni Rispondi

    @leoleonardi ti dirò: ce ne fossero ancora di dischi come questo dei Drink To Me. Le influenze sono fondamentali per tutti, anche per i Beatles, quindi è un falso problema. Se sai scrivere canzoni, lo sai fare anche quando le influenze sono palesi.

  • leoleonardi 7 anni Rispondi

    La mia unica domanda è: quando la smetteremo di voler necessariamente assomigliare a qualcos'altro? Le ispirazioni che citi nella recensione si sentono molto nel disco, forse troppo. Il tutto è scritto, arrangiato e registrato a modo, ma dov'è finita la nostra personalità?

    Ispirarsi ad altri artisti è necessario per il percorso creativo, ma io trovo che questo totalitarismo Anglofono della musica ascoltata negli ultimi 30 anni, ci abbia portato ad assomigliare (o a cercare disperatamente di tendere a...) sempre di più ad una cultura che non ci appartiene.

    "Che musica fanno i tuoi amici?" - "Elettronica..." - "Cantano in inglese?" - "Si!" - "Ah cazzo".

    Anche io faccio musica elettronica, e con questo non voglio distaccarmi da questo discorso. Non sono meglio, anche io subisco queste forti influenze e cerco di andare verso i canoni stranieri, forse perchè quelli italiani non mi piacciono più e hanno smesso di rappresentarmi. Perchè chi cerca altro è un po' arrabbiato con la sua Italia, sappiamo il perchè e non dilunghiamoci.

    HIP HOP contro BEL CANTO, TAMMORRA contro THEO PARRISH.

    Con questo vorrei aprire una discussione e non mettere un punto con un giudizio su questo disco. Vorrei che noi musicisti sperimentatori riflettessimo su questo riprendendoci, personalità, spazi e pubblico; smettendo di venderci al migliore stile ma ricreando un ecosistema più nostro.

    Vi scrivo per necessità e per sapere cosa ne pensate.

    Grazie Leo