29/07/2003 di Federica Gozio

E’ sempre piacevole scoprire che a livello locale, in questo caso il bresciano, il talento musicale non manchi ed abbia voglia di esprimersi; meno confortante il fatto che raramente gli venga concessa la possibilità di diffondersi. Facile associare successo a bravura, ma poi penso al romanzo di Robert Schneider, “Le voci del mondo”, al destino del povero Elias, e mi rassegno.

Con questi presupposti ascolto i tre pezzi di “Neuronaut”, secondo ep del trio bresciano Places Noir, da cui vengo rapita, ascolto dopo ascolto, in una consenziente prigionia.

Difficile attribuire al lavoro un’identità precisa: in soli 15', infatti, vengono concentrati esotici influssi musicali, armonicamente ed abilmente intrecciati all’interno di ogni brano, ciascuno strutturato in modo estremamente raffinato, con frequenti ed inaspettati cambi di ritmo e atmosfere: rock, psichedelia, folk, jazz e persino echi di bossanova trovano spazio per comunicare tra loro, in piccole dosi ed a tratti impercettibilmente, dando l’impressione di parlare la stessa lingua.

Emergono predisposizione ed estro nell’uso delle note, giostrate con delicatezza da strumenti e voci, spesso sovrapposte, riattraversando ampio raggio della tradizione musicale, principalmente d’oltreoceano, interiorizzata con approccio colto e maturo.

Le tre canzoni, nonostante la loro contemporaneità, sembrano tratteggiare diverse fasi di crescita creativa di chi le ha composte, e mi sorprende il condensato di idee che avverto suscettibile di espansione.

“Fireflies” si snoda in un imprevedibile percorso dalle cadenze lentissime, accelerate sul finale. La prima parte, sincopata e claudicante, è contraddistinta da marcate linee jazz tracciate dal basso e da una languida chitarra elettrica rincorsa in lontananza dalla batteria che, tra rullanti e contrappunti, si concede a virtuosismi solitari per introdurre un finale lasciato ad un’energica cavalcata rock dalla chiusura rievocante le pacate atmosfere iniziali.

Notevole la sezione ritmica che nel corso di tutto il pezzo non cede mai a trascuratezza e banalità. Concilia un ascolto notturno, al riparo da tormentosi inquinamenti acustici e al buio di una stanza, in perfetto relax.

“The sky is thin as paper here” è una dolcissima ballata semi-acustica, con un affascinante ed imprevisto giro di chitarra di stampo bossanova e l’intervento in crescendo degli strumenti elettrici la cui presenza risulta, a tratti, anche solo accennata ed isolata, ma puntuale, manifestando una minuziosa cura dei dettagli, senza però perdere di spontaneità.

L’ensemble è impreziosito dalla presenza della tromba che nobilmente accarezza il brano apportando un tocco di raffinatezza.

Perfetta colonna sonora per un rosso e caldo tramonto di fine estate.

Ritmi più concitatamente rock e desertici, con una costante vena nostalgica, per “Crows over Paris”, rallentata e rilanciata dalla batteria, con un sovrapporsi di chitarre elettriche, melodiche e distorte, chiamate spesso ad eseguire anche una sola nota tanto breve quanto essenziale.

L’attenzione è stata decisamente stimolata e attende conferme trattandosi per ora di soli tre pezzi. La speranza è che la storia di questa ‘voce’ abbia un finale diverso da quello di Schneider!

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