Marlene Kuntz Pansonica 2014 - Rock

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Con "Pansonica" i Marlene Kuntz ritrovano la leggerezza dei suoni pesanti

Si sente che si divertono, i Marlene Kuntz di "Pansonica". Loro stessi in un incontro a Milano hanno sottolineato la "gioia" che li ha accompagnati in questa riscoperta del loro - e del nostro - passato. A pensarci bene è strano parlare di gioia a proposito di un disco che poggia il proprio (mal)umore su parole come "VOMITAAA!" e ”DOLORE”. Ma la gioia di cui parlano i Marlene è un concetto comprensibile a chiunque almeno una volta nella vita si sia chiuso in un box per fare un gran fracasso con gli strumenti: ti prepari a sparare le tue verità al mondo col sorriso sulle labbra e cento watt a coprirti le spalle. Le differenze possono scattare per motivi anagrafici. A 27 anni lo fai per un senso di competizione, a 47 lo fai probabilmente per un senso di liberazione.

Ecco, "Pansonica" è un disco più senza peso di "Senza peso". Godano, Bergia e Tesio in studio danno l'impressione di aver ritrovato finalmente la leggerezza dei suoni pesanti. Concedono dignità artistica ad alcune canzoni in gran parte inedite risalenti al periodo di "Catartica", del quale si celebra il ventennale. Sono brani che cancellano i Marlene più morbidi, quelli presi di mira dai fan storici che hanno ingaggiato un corpo a corpo estenuante contro album ritenuti non all'altezza del periodo noise.

È un lavoro denso e valvolare, "Pansonica". Il richiamo a "Sonica" - forse più croce che delizia per Godano - è una carezza destinata a solleticare la curiosità di chi ha vissuto in prima linea il culto carbonaro di una band che all'epoca spostava gli equilibri come poche. Sono pezzi che - pur risuonati per l'occasione - conservano la botta degli anni Novanta. Prendiamo "Donna L", già sentita live in "Come di sdegno" e qui in veste da studio. Una bomba hardcore ad altissima velocità, una delle robe più estreme dei Kunz e anche uno dei loro brani migliori in assoluto. "Parti" invece abbraccia il lato svelto di "Catartica". Se l'avessero intitolato "Canzone di ieri" avrebbero centrato il punto: ci senti i Broken Social Scene di "Cause = Time", ci senti una robusta dose di distorsione, ci senti una giovinezza pronta a esplodere in tutta la sua rabbia genuina. Bello. "Oblio" raccoglie quella malinconia che i Marlene hanno saputo raccontare così bene nella loro carriera. Meno bene va con "Sotto la luna", che soffre un ritornello non particolarmente in palla. È un pezzo che non ha la stessa maturità degli omologhi di "Catartica" e "Il vile", sia da un punto di vista lirico che sonico. "Ruggine" ha un tiro discreto, con la vocalità strascicata di Godano che rimanda al blues storto di "Quasi 2001", pur non mantenendo la medesima intensità. Meglio "Sig. Niente", noise brutale di scuola americana che apre il disco e fa capire dove i Marlene andranno a parare.

“Pansonica” è l’album di una band che per un attimo smette di inseguire le aspirazioni Bad Seeds e ritorna a fare zig zag nel caos. Più che una semplice celebrazione di “Catartica” sembra quasi un omaggio a chi c'era durante quei primi passi. Il tempo scorre e il rewind creativo dei Marlene Kuntz funziona piuttosto bene, al netto di qualche passaggio interlocutorio peraltro fisiologico per brani vecchi di vent’anni. I colori saturi della copertina e la ricomparsa dello storico logo sono i tasselli finali di un’operazione che riporta tutti dritti al 1994. Con gioia.

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La recensione Pansonica di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2014-09-24 00:00:00

COMMENTI (2)

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  • Sebo 5 anni Rispondi

    Senza parole.

  • nicko 7 anni Rispondi

    applausi per Manfredi!