Edda Stavolta come mi ammazzerai? 2014 - Cantautoriale, Rock, Alternativo

Disco della settimana Stavolta come mi ammazzerai? precedente precedente

La dura bellezza, lo splendore doloroso, la fastidiosa meraviglia

La bellezza dura, come di quei visi imperfetti che raccontano storie che gli occhi non riescono a trattenere, come le vite inciampate negli errori ché alzarsi col piede sinistro diventa presto un’abitudine e subito dopo un vizio, come i riferimenti essenziali che si dissolvono sotto il peso di un’incolmabile distanza tra noi e ciò che speravamo di diventare. Dio, la famiglia, le relazioni, cosa resta al netto dell’esperienza, se non la verità, ed è lì che diventa un pugno dritto in faccia, ogni giorno più dritto e intenso, un processo quotidiano che fa scoprire l’infelice splendore delle ferite, degli sbagli, della solitudine. La bellezza sporca del sentirsi inadeguati, piccoli, lontanissimi dagli standard, e trovare nei ritagli di un’esistenza diversa il succo stesso di una persona, un succo amaro e denso e ricolmo di parole che ti attirano, ti conquistano, una voce stirata e attorcigliata e tesa dal dolore, non quello dei poeti né dei cantautori sofferti, quello puro e semplice di chi sa cos’è.

Ogni rapporto, con sé e con gli altri, diventa una forma complessa di battaglia, un misto d’odio, amore, rabbia, compassione e lotta che parte naturalmente dal nucleo che ci accoglie e si riversa poi nel mondo che ci costruiamo o che spesso si crea intorno a noi anche contro i nostri desideri: tu che mi vuoi bene, mi guardi crescere e invecchiare, tu che mi baci e fai l’amore con me, tu che mi hai dato la vita e tu che hai provato a togliermela entrandomi a fondo nelle vene e nel cuore, tu, stavolta, come mi ammazzerai? Perché il padre, la madre, il sesso, i demoni (che siano figli di eroina o disoccupazione o male di vivere poco importa) sono figure che ci portiamo dentro tutti, morbide guerre o duelli all’ultimo sangue, tiepidi scontri per arginare un poco la tristezza o anni di trincea, a difenderci coi denti, a rimandare indietro le lacrime, a intrattenere risse furibonde col presente ché per il passato non abbiamo più le forze necessarie.

L’anima di Edda traspare limpida e innocente in questo disco che è un mare di dolore, una piena di sincerità violenta che non può lasciarti indifferente: non t’accarezza, non strizza l’occhio, ma ti afferra alle spalle gettandoti a terra, ti blocca lì dove sei e il sapore che ti ritrovi in bocca non è affatto buono, sa di dura bellezza, di cruda verità, di ciò a cui cerchi di non pensare. Da “Pater” che è dirompente per il suo incipit (”Tutte le volte che vedo mio padre esco di casa con la voglia di ammazzare”), con la ritmica montante e la chitarra che pare consolare le anime perse, così profonda e pulita, l’acida “Coniglio Rosa”, una sorta di stato di famiglia secco, nervoso e distorto, la meravigliosa “Tu e le Rose” perché l’amore non è solo dei romantici e un uomo e una donna possono trovarsi, e perdersi, in molti modi ( “Ho il dolore di non aver saputo amare te. Nessuno però potrà portarmi via l’amore, di averlo fatto davvero con te”).

Il lacerante urlo di “Dormi e Vieni” (”Non mi lasciare sola”) che ti fa mordere le dita, la viscerale “Puttana da un euro” per scoprire che non vali niente, “Mela” e la sua presa sussurrata e asciutta che è come camminare nella notte di un giorno difficile, che non è detto che ci siano sempre le stelle, “Mater” che è in fondo espiazione, rimpianto e fatica, per non essere ciò che una madre vorrebbe, la splendida chiusura di “Saibene”, brano di una dolcezza scura, vibrante e dolorosa di un sentimento non corrisposto che finisce col verso ”Chi dice la verità non può chiamarsi Rampoldi”: perché la verità non è una sola, perché inganniamo noi stessi raccontandoci ciò che serve, perché l’illusione è spesso necessaria.

Dopo l’intimità acustica di “Semper Biot” e gli sbalzi d’umore sperimentali di “Odio I Vivi”, Edda torna con una band e un disco decisamente suonato, col suo linguaggio scarno e schietto, coi ritratti da poche pennellate eppure così chiari, ed è come se dalla fragilità nascesse la forza, dalla diversità la condivisione: perché la diversità, benedetta, è preziosa ed è sempre un valore aggiunto, e questa aspirazione a diventare tutti uguali ci mangerà vivi. La dura bellezza, lo splendore doloroso, la fastidiosa meraviglia: “Stavolta Come Mi Ammazzerai?” è questo, è tutto il bene e il male che mi vuoi, è la parte più difficile di ogni rapporto, filiale, carnale o emozionale che sia, è la verità che spesso non accetti perché non conforme ai canoni, perché trasuda devianza, perché dicono non sia “politically correct”. Chi se ne fotte, io lo amo.

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La recensione Stavolta come mi ammazzerai? di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2014-12-01 00:00:00

COMMENTI (1)

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  • jolanda1 8 anni Rispondi

    Lo amo anche io! Rampoldi rinasce Edda per dire la verità e..fanculo tutti!

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