15/08/2003

Partiamo da un assioma inoppugnabile: Hamid Grandi ci sa fare. Non c’è dubbio che il suo punto di forza sia tutto in una invidiabile attitudine nell’imbastire canzoni facendo ricorso alla sola arma della semplicità. Una virtù a disposizione in quantità industriale a tutto lo scibile umano, ma dipende da come e quando la si usa. Ed il cantautore di discendenze maghrebine (almeno così crediamo, visto che il nome di battesimo non lasci presagire certo origini anglosassoni), in queste quattro canzoni dimostra che, in quanto alla succitata semplicità, non scherza. Accaparrandosi, peraltro, il merito di fonderla, con rara abilità, ad un pop acustico mai melenso e, senza dubbio alcuno, di ottimo spessore. È tutta qui la cifra stilistica di un cd che, sia pur nella sua brevità, riesce a rendersi affascinante.

Funziona tutto in questi tredici minuti abbondanti: assecondato da una band, la Seven Quartet, che sembra essere stata disegnata apposta per lui, Hamid Grandi, con l’aiuto basilare degli arpeggi di una chitarra acustica e dall’accattivante violoncello di Sandrino Santaniello, disegna affreschi delicati, affollati di storie soavi e morbide (valga per tutte la tenera “Bolle”), non disdegnando di omaggiare, difficile sapere quanto consapevolmente, la vecchia scuola dei cantautori. Il sopraggiungere improvviso di un sax nel mezzo di “Salice”, ricorda le vecchie scorribande di Bob Fix, quando, nel pieno degli anni ’70, con il suo strumento a fiato invadeva i vinili di quel decennio. E cosa pensare dell’attacco di “Signora paura”, e della sua similitudine con l’incipit di “Non è nel cuore” di Eugenio Finardi? Omaggi, forse, dai quali è comprensibile il rispetto per una scuola importante, nei confronti della quale il Nostro sembra voler apportare un ulteriore contributo di qualità. Ne è la dimostrazione la scelta di un batterista come Cristiano Bacherotti che, da quel che si può sentire, sembra avere dalla sua una solida formazione jazz.

Un disco che, in ultima analisi, funziona per bene, nonostante la voce di Hamid Grandi ricordi un po’ troppo da vicino quella del tragico Gatto Panceri. Senza offesa, sia chiaro.

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