06/10/2014

Un macigno, per l'intensità dei brani e per la compattezza. "Alaska" è un monolite senza crepe, non è qualcosa in cui insinuarsi, ma qualcosa che ti arriva addosso. L'”Overture” lenta, con un giro che ricorda i CSI di "Memorie di una testa tagliata", è uno dei due momenti in cui le chitarre non ti fanno vibrare le corde a un centimetro dalle orecchie. L'altro momento è "Il vincente", parentesi con piano che alza i livelli di emotività prima di un epico "Grand Final", in cui quattro radicali cambi di ritmo fanno sputare le ultime energie nervose.

Le altre tracce sono sofferte come poche, un percorso nelle inadeguatezze personali che trova il proprio possibile esorcismo in una valanga di parole che stanno conficcate in gola, con un disperato bisogno di essere urlate: da "Coperta" a "Calci in faccia", passando per l'anti-inno "Odio suonare" e per alcuni momenti pesantissimi a livello emotivo.

Il ritornello di "Come reagire al presente", ad esempio, tira giù tutto: quando sarete dei cinquantenni arrivati, quando avrete reso orgogliosi i vostri genitori e chi crede in voi, ricordatevi di chi - oggi - sta buttando sudore ed energie per permettervi di buttare fuori la vostra rabbia, la vostra foga, in quella seduta di terapia collettiva che è il live. "Ricordatevi di noi fra trent'anni / che avremo bisogno di voi": un patto, un contratto che non ha bisogno di essere firmato perché è già stato siglato in concerti sempre più devastanti e affollati da persone entusiaste.

E questo album è rivolto proprio a loro: "Alaska" è un disco identitario, espressione di una comunità che si riconosce come tale perché partecipe della stessa Alaska dei sentimenti. Un luogo freddo e inospitale, lontano da tutto, che viene cercato, ma che fa paura. Un luogo in cui è necessario stringersi e fare gruppo, per scaldarsi e reggere l'onda d'urto che viene da fuori. Una descrizione che assomiglia tremendamente alla definizione di pogo e non è un caso: fin dal primo ascolto, queste canzoni non chiedono altro che essere urlate verso un palco, con il braccio proteso. Un gesto compiuto mille volte, che diventa però manifestazione di un'appartenenza, di una vera vicinanza. Sensazioni importanti, di quelle che vengono mosse solo da un grande band e da un grande album. Questo sono i Fast Animals and Slow Kids da Perugia, questo è "Alaska".

Commenti (3)

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  • Nicola Bonardi 06/10/2014 ore 10:42 @nicko

    I FASK sono la cosa più bella che il rock italico ha partorito da parecchi anni a questa parte.

  • Giulio Pons 06/10/2014 ore 13:03 @pons

    Evviva i FASK e i parti del rock italico :) Nicola Bonardi

  • latempesta 11/10/2014 ore 20:26 @latempesta

    Riconfermano il loro immenso carisma. Fantastici, profondi, energici. Non si può chiedere di più :D

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