Cumino Pockets 2014 - Strumentale, Sperimentale, Elettronica

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Synth e chitarre si abbracciano in un lavoro strumentale che è l’autunno pieno, la consapevolezza dell’addio, il rimettere insieme i pezzi

I gesti meccanici, le piccole ossessioni quotidiane, mettere il piede in quel punto del pavimento e guardare in su prima di uscire, i soliti fotogrammi fuori fuoco di una giornata qualunque: se potessimo guardarci mentre muoviamo i nostri passi nelle ore più lente, la musica sarebbe questa, in un film tanto personale quanto poco interessante per gli altri. Un percorso intimo che ci immerge in sostanze fluide e avvolgenti, e noi come pesci rossi in una sfera di vetro, occupiamo uno spazio ristretto e tutto fuori ci sembra enorme, dilatato, migliore. Il sapore denso di un’elettronica che non resta mai in superficie, che disegna amori, paure, nostalgie con mano capace, in un posto dove il sole non brilla mai intenso, dove le vittorie sono soltanto un ricordo o un traguardo troppo distante, dove le storie si interrompono, cambiano, vivono l’attimo del ripensamento.

Synth e chitarre si abbracciano in un lavoro strumentale che è l’autunno pieno, la consapevolezza dell’addio, il rimettere insieme i pezzi, e in un’unica visione si concentra l’umore, una visione profonda, malinconica e fatta di sogni. Mentre scorre “Atlas” mordi l’angolo delle labbra, la drum machine leggera e gli effetti ovattati lasciano che la chitarra faccia il suo, ed è come se la leggerezza acquistasse all’improvviso un insostenibile peso, come se gli occhi aperti si aprissero di più, per guardare meglio pur sapendo di guardare frammenti di tristezza; bellissima “Her”, onirica, pare osservarci dall’alto per consolarci un po’, dolcissima e dalle sfumature morbide di tinte pastello, in un intreccio postrock e dreampop che sviluppa atmosfere in sospeso tra un calore etereo e il freddo di domani. “Tangier” è un movimento secco e cadenzato quasi marciasse verso una notte lunghissima, quasi che un laptop possa segnare l’istante in cui una promessa diventa solo parole su parole che scorrono via, in fondo anche “Veins” lo fa, spezza le illusioni in un battito di loop, ma lo fa seducendoti un poco.

“Fixing Fragments” è l’elemento migliore, è il punto esatto in cui ci troviamo, persi eppure aggrappati a qualcosa, confusi ma non arresi, il punto in cui le macchine esiziali e la chitarra salvifica si incontrano per riprodurre ciò che siamo, una battaglia continua, un equilibrio incerto, qualcosa tra una somma di pensieri e un insieme di cellule. Chiude “Snails”, minimale, tratteggiata, una linea che gira intorno a un’altra, senza toccarla mai.

I Cumino sperimentano suoni sintetici e armonie strumentali per i nostri corti quotidiani, fatti di gesti meccanici, piccole ossessioni, storie che cambiano continuamente e noi che rimettiamo insieme i pezzi, in loop, confusi sì, ma mai definitivamente vinti.

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La recensione Pockets di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2014-11-11 08:00:00

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