01/09/2003 di Carolina Capria

“Il mio tesssoro”. Forse domani non lo saranno più ma oggi queste otto canzoni sono “il mio tesssoro”.

Perché sono fresche. Perché sono visionarie. Perché respirano.

Ogni canzone è un colore. Ogni frase un gioco. Ogni parola un passo verso il loro mondo.

Hanno tutte le mancanze e gli eccessi che provoca la fretta e l’eccessiva voglia di fare, tante cose da misurare e assestare, ma vivono.

Il difetto più evidente gira intorno ad una parola:TROPPO.

Ci sono troppe idee a cui non viene dato il tempo di svilupparsi, troppi suoni diversi che si scontrano, troppi accenni, troppi riferimenti…troppo…troppo…
Dovrebbero fare un riassunto di loro stessi, cercare ciò che è importante, sottolinearlo con un evidenziatore fluorescente e provare ad esprimerlo in modo più lineare, con poche e semplici parole.

In alcuni episodi gli elementi che usano per comporre le loro melodie mancano di coesione, sembra che ogni strumento, fra cui inserisco quello vocale, a parer mio inesperto, segua la sua direzione, usi il brano che costruisce in modo egoistico, solo per scoprire se stesso e le proprie potenzialità. La conseguenza più evidente di questo atteggiamento, presumibilmente involontario, è la perdita di spessore, di corpo.

Qualche frammento però scorre in testa oltre il suo tempo, così come rimane negli occhi dubbiosi e legati al vero, un quadro surrealista (“Questo albero mi ha detto che mi vuole bene e io sono contento”).

Ci sono infinite cose che si possono scoprire, tanti nomi che palleggiano nel pensiero, ma io mi limito a fermarne solo due, estremamente distanti l’uno dall’altro. Ho pensato ai Cure, a quelli chiari, quelli leggeri e scanzonati di “Friday i'm in love”.

Ho pensato, cercando in anfratti della mente che ormai credevo inesistenti, a Sergio Caputo, all’ironia e all’ingenuità divertita dei suoi pezzi.

Passando dalla filastrocca al suono più robusto e distorto, frantumando i canonici percorsi del ragionamento, si riesce a comprendere la via espressiva che hanno scelto, la si individua nonostante la confusione, e ci si affeziona alle sue imperfezioni.

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