Marco Baroncini
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14/09/2003

La leggerezza non abita qui. Il progetto di Marco Baroncini da Firenze, in arte Marco, porta evidenti le eredità di dark e folk apocalittico, anche se il nostro dichiara come influenze Peter Gabriel, Peter Hammill, Bob Marley, John Lennon, Franco Battiato. Ok per i due Peter e per il Francone nazionale, specie quello primo periodo, ma non si capisce proprio che c’azzecchino il solare Bob e il dolce e rabbioso John. Semmai fanno capolino, pescando nell’underground dark italiano degli anni 80, i Petali del Cariglione (noti anche come Carillon del dolore), i primissimi Limbo e, solo per una certa enfasi nel cantato, il buon caro vecchio Federico Fiumani.

Però i risultati di Marco rimangono distanti dalle altezze dei modelli, quali essi siano tra quelli citati. E rimane solo una sensazione di grande pesantezza, di sofferenza quasi impossibile da sfogare, di rabbie represse e frustrazioni contenute. Riff di chitarra sepolcrali, ritmiche ossessive da messa nera de noantri, una voce che esce dritta dritta, sentenziosa ed enfatica, dai personali oltretomba e inferno di Baroncini. Parafrasando un grande scrittore, si potrebbe parlare di descrizione del dolore. Ma, appunto, senza cognizione, senza riscatto e soprattutto senza la capacità di superare i limiti del compianto autobiografico per far sì che il racconto della propria esperienza di vita sia di conforto a chi ascolta.

Questo disco propaga il dolore. E fa rivalutare Las Ketchup.

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