Elettronoir
E Che Non Se Ne Parli Più 2014 - Cantautoriale, Pop, Elettronica

E Che Non Se Ne Parli Più

Gli anni ’70 tra privato e collettivo. E l’elettropop come colonna sonora.

Il cinema di Andrej Tarkovskij e il suo “Stalker” introducono. Poi si passa attraverso Muhammad Alì e Nando Martellini. Lì, nel mezzo, si muovono Fabio, Medea, Franti, Teresa e lo Straniero, tra il riflusso, le fughe, il lavoro alienante, le patrie galere, i bassi di Napoli. E poi la strage di Bologna e quella dell’Italicus, la tv a colori, il pensiero a colori, campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo.

“E che non se ne parli più” è l’ultimo capitolo di una trilogia inaugurata dagli Elettronoir nel 2005 con “Dal fronte dei colpevoli” e proseguita con l’uscita di “Non un passo indietro”. Le cover di sapore poliziottesco dei primi due dischi ora lasciano spazio a un patchwork che racchiude gli anni ’70 con tutta la loro esuberanza, la loro follia. Il Vietnam, Mao, Giuseppe Pinelli e Dario Fo, le bombe fasciste: un decennio nato per celebrare gioia e rivoluzione, terminato con le lacrime amare di una sconfitta. Anche se noi non eravamo i colpevoli, avevamo un privato sin troppo politico e alla fine non abbiamo trovato meglio da fare che esultare assieme a Sandro Pertini allo stadio Bernabeu di Madrid in una sera d’estate del 1982.

Gli anni di piombo sono lo sfondo di un lavoro colto, per certi versi complesso (e di certo bisognoso di un ascolto attento, condizione essenziale per mettere assieme i pezzi del mosaico), che gli Elettronoir affrontano all’interno di un struttura sonora in equilibrio tra la sobrietà del piano e un elettropop alienante ma al tempo stesso caldo e coinvolgente, senza rinunciare ad accenni di origine dark, a tentazioni cantautorali e a cadenze più classicheggianti. A volte la vicinanza con i Baustelle è evidente (“Rio”) ma sono gli eighties, i synth e le drum machine a forzare le tappe e a creare tappeti elettronici sui quali la band romana riversa la propria forza evocativa. Che poi tutto termini con le note di “Solea”, appassionata e quasi sdolcinata combine di pianoforte e voce, non rappresenta nient’altro che la rivendicazione di una ricerca della più ampia libertà espressiva, strumento indispensabile per mettersi – in maniera continua e costante – in discussione. Un atteggiamento, a ben vedere, molto anni ’70. E poi, per dirla tutta, non era proprio questo il messaggio lanciato da Tarkovskij e da “Stalker”?

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