28/09/2003 di Ilaria Rimondi

Filari di alberi allineati, silenziosi, ordinati, stesi in un unico blocco a rompere la piattezza di una campagna sconfinata nella sua monotonia. Spazio scolorito e nebbioso. Naturale campo di battaglia che perde la sua dimensione temporale in uno “scenario autunnale” e allunga le ombre, i suoni, le parole, i titoli. Tutto in questo demo sembra dilatato, come i paesaggi che ne hanno visto la luce, consegnato a una lentezza necessaria per entrare in sintonia con lo stile severo di queste suite e per apprezzare a fondo la logica contorta e istintiva dei testi. Tutto appare tanto ragionato quanto spontaneo. Uno slo-core inconsapevole, tecnicamente carico, ma denso di ispirazione e di laceranti scoppi strumentali(scorrono nella memoria Low, June of ’44, Sonic youth…). 33.25 minuti, registrati in presa diretta senza cedimenti né esitazioni, danno forma a una sorta di concept album nel quale ogni brano riporta il pensiero e la suggestione al concetto di battaglia. Scontro ideale che si manifesta nella forma e nei contenuti. E dunque saggi di chitarra, senza distinzione tra ritmica e solistica, che allagano lo spazio della canzone(forma comunque decostruita) e che si occupano di sorreggere la melodia e la resa “romantica” e lirica di solito affidata ai cantati. A questi ultimi il compito di esprimere in maniera distaccata un racconto interiore che si circonda e lotta con la musica. Ne risultano strofe che danno massimo risalto alla parola resa in un inglese colto che rispecchia la naturale pienezza di sfumature dell’italiano. Dalla prima traccia è protagonista il chitarrismo sofferente, essenziale e mai artificioso, seguito da impeccabili passaggi di batteria; la trama della canzone viene abbandonata e gli strumenti si avvolgono sfogandosi e aggravandosi insieme sul finale. “The gentle art of creating battlefields” rincara la dose di suggestioni con una melodia dolce, accompagnata dal parlato telefonico e dal controcanto lontano, che crea un’attesa risolta nelle escursioni ritmiche in chiusura. “Reversal engine tank” presenta un cantato più articolato, dal registro piatto ed esistenziale, un testo affascinante e una frattura strumentale centrale che stravolge l’atmosfera precedente diventando incalzante e rabbiosa. Il movimento prosegue nella traccia successiva arricchita da una batteria marziale e dalla percussività ipnotica. Ma al di là del favorevole esito tecnico, il merito che devo riconoscere a questa formazione è quello di essere riusciti, pur non apportando particolari innovazioni, a costruire paesaggi sonori densi, armonie e chiaroscuri (con la più classica delle strumentazioni) e ad essere emotivamente violenti. La chiusura è affidata ad un’intensa parte strumentale, ad una pioggia silenziosa e a una curiosa scelta di estratti dal film “Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato” che ricordano alla mente adulta il piacere di una fantasia dimenticata… “E adesso mia cara signora è tempo di dirsi addio, non parli, in alcuni momenti della vita non ci sono parole…”Il musicista spesso combatte per arrivare dove le parole non bastano più. Questa prima battaglia i Three in One Gentleman Suite l’hanno vinta.

Tracklist

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