Peter Kernel Thrill Addict 2015 - Rock

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Venite anche voi alla festa dei Peter Kernel

Vieni qui, ti porto ad una festa. Ho degli amici un po' strani che potrebbero piacerti un sacco. So già che ti presenterai ubriaco e che da un momento all'altro potresti inciampare rovesciando il tuo bicchiere di vino, colmo fino all'orlo, sul vestito bianco della padrona di casa. La musica si interromperebbe per un attimo e tutti gli occhi sarebbero puntati su di te come riflettori irriverenti. Ma nello stesso istante in cui progetteremmo silenziosi di scappare via, si spalancherebbe davanti ai nostri occhi la bellezza dell'imprevisto. Irrompendo in una risata fragorosa, splendida e inquietante, la padrona di casa sfilerebbe via il vestito. Tra fiumi di alcool e sguardi compiacenti, gli invitati si sentirebbero in diritto di imitarla. Seminudi e meravigliosi, proseguiremmo fino alle prime curiose luci dell'alba ballando danze tribali, provando confusioni magnifiche, così simili al timore che tutto questo possa finire. La senti la musica in sottofondo?

Questi sono i Peter Kernel. E questo è il loro nuovo disco, “Thrill addict”. La colonna sonora ideale per una situazione del genere, con l'estetica da festa decadente e i suoni scuri che indossano la definizione di postpunk come fosse un abito troppo stretto pur essendo giusto il colore, perfetto il modello. Ai dettami del genere il duo ticinese aggiunge stilemi che non risultano innovativi tanto nella forma – desunta in parte da un certo indierock, dalla tradizione noise e da qualche spunto post-rock – quanto nel complesso della composizione, maggiormente articolata rispetto ai lavori precedenti e aperta a un quantitativo interessante di apparenti imprevisti.
Imperiosa è la partenza con “Ecstasy”, chitarre lisergiche che cedono il passo a melodie sognanti, la voce calda di Aris rincorre quella amara di Barbara, mentre i colpi di cassa entrano regali come battiti cardiaci oltre la metà del brano. È invece tribale la ritmica di “High fever”, vicina nel cantato ad una versione scura degli Yeah Yeah Yeahs, ma è proprio la ricchezza delle soluzioni percussive a rappresentare un'interessante novità del disco, come possiamo riscontrare anche nel crescendo incalzante, fascinoso e malato della successiva “Your party sucks”. Nella sorprendente logica con cui le canzoni sono concatenate in una successione coerente, gli strascici post-rock che il brano emana si espandono in quella che è la parte centrale del disco, rappresentata da “Leaving for the moon” e “It's gonna be great”, che attingono da un immaginario sonoro simile a quello degli I love you but I've chosen darkness rispettivamente alle atmosfere malinconiche e le chitarre ariose, aperte. Un raccordo importante che introduce alla sezione più buia e probabilmente migliore dell'album. “You're flawless” è il momento della festa in cui le luci si spengono e da lontano si percepiscono rumori indistinti (qualcuno ha detto Sonic Youth?), il canto è un mantra inquietante che attira nell'ombra invitando i partecipanti a rincorrersi in una foresta di suoni scomposta, le cui diramazioni proseguono nella bellissima “Supernatural power”, in cui la ripetitività ritmica è l'espediente che coltiva le sensazioni ansiogene, nella coralità finale delle voci di “Keep it slow” o nelle deliranti distorsioni di “They stole the sun”. L'elemento tribale è prevalente ma utilizzato in maniera diversa rispetto a quanto accade nelle prime tracce del disco: la funzione, adesso, è una sorta di catabasi nelle paure umane, crollo negli inferi di un sistema nervoso labile. Poi, finalmente la resa: “Majestic Fava” è una nenia dolce, il cui climax non ha nulla a che vedere con un incontrollato crescendo, ma con il fluire naturale degli eventi: è ancora calmo il finale, dopo un corpus più acceso, come se nulla fosse successo davvero. Il tempo necessario per recuperare le energie e sono ancora sonici, seppur più languidi, i riferimenti in “I kinda like it”: fascinoso il passaggio centrale, sospeso ad una chitarra che gira in un moto perpetuo e sempre identico, su cui si innestano voci e tamburi prima della ripresa ritmica della coda. Dopo tante emozioni dalla natura essenzialmente violente, il disco si chiude con la rappresentazione perfetta di quel momento in cui la solitudine comincia la propria inesorabile trasformazione in una rassegnata follia, con i movimenti lentissimi disegnati dai bassi e dalla totale assenza di variazioni in “Tears don't fall in space”.
La festa che ho immaginato è conclusa, e ce ne andiamo via cercando di scrollarci di dosso, invano, la tristezza per la fine. Tutto ciò che ci resta è la possibilità di ascoltare, ancora e ancora, un disco magnifico.

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La recensione Thrill Addict di Scritto da Giulio Pons è apparsa su Rockit.it il 2015-03-12 09:00:00

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